lunedì 27 gennaio 2014

LA VERITA' DEL "LUOGO COMUNE" OVVERO "COME TI NEUTRALIZZO LA VERITA'"

(Difficoltà: 4,3/5)


Quando l'informazione capita in cattive mani, succedono cose strane. Per fare un esempio, una cosa naturalmente falsa diventa vera se la sua supposta verità diventa un tam-tam ipnotico, uno slogan ossessivo. Ma succede anche il contrario, e cioè che una cosa naturalmente vera diventa allo stesso modo falsa se si vuole che così sia.
C'è poi una terza via, più diretta al metodo. Se una persona di buona volontà si ostina a ripetere una cosa naturalmente vera proprio perchè è vera ma sente che la sua verità non è stata pienamente riconosciuta, viene contrastato dai falsari della verità, che rispolverano il concetto di “luogo comune”.
La cosa vera quindi è fatta diventare falsa per il semplice fatto che la si enuncia ripetutamente di fronte a chi non la vuole riconoscere. Evocare il “luogo comune”, o la mancanza di novità in quel che si dice, porta, per una logica controversa che logica non è, a far credere che il pronunciamento sia falso solo perchè è stato ripetuto infinite volte. L'accusa di luogo comune, che sottende l'accusa che un'affermazione non è vera perché rispecchia un pensiero comune, ormai divenuto “di massa” e quindi per definizione fallace, si mostra come il vero luogo comune. Infatti, tale accusa confonde l'evidenza di una fatto o di un ragionamento, che il pensiero comune è costretto a riconoscere, con il pregiudizio, ossia la tendenza al ricorso a modelli di giudizio economici e accomodanti. Si confondono in una due cose diverse, senza rendersene conto: da una parte, il riconoscimento di un'evidenza; dall'altra, il pregiudizio che nega le evidenze per giungere a conclusioni indebitamente generalizzanti.



La Negazione della Verità: un Metodo Sempre Vincente

Quindi il falso regna comunque si rigiri la questione: le proposizioni dei falsari sono vere, anche se evidentemente false, in quanto vengono ripetute all'infinito; le proposizioni di chi dice la verità sono false, anche se evidentemente vere, in quanto vengono ripetute all'infinito. Il metodo della ripetizione gioca sempre a favore del falso e di chi lo vuole imporre nell'opinione pubblica. Questo rigirare la frittata che fa produrre alla stessa cosa (la ripetizione) il medesimo effetto (l'affermazione della menzogna) ben traduce la virulenza e la volgarità di certi espedienti miranti a tacitare la verità.
La strategia di negare la verità usando il ricatto dell'accusa di banalità mette in campo uno scetticismo peloso e malintenzionato. Questo scetticismo si appoggia sulla nobile tradizione della filosofia moderna che vede nel dubbio un sintomo di intelligenza e una sorgente di verità, ma solo per pervertirla nel suo contrario: il dubbio in quanto tale, l'impossibilità della verità. Semplicemente, non possono esistere fatti “evidenti”, di cui si possa affermare la verità anche senza poter contare sulla prova di una rivelazione divina. 
In ogni caso, la menzogna va oltre il contenuto – e anzi lo dismette in toto, senza preoccuparsi di fornire altrettante evidenze corroboranti la verità contraria a quella che si vuole demolire – per investire il metodo. Infatti lo stesso metodo – la ripetizione usata scientemente da una parte; l'abbattimento della verità dietro il pretesto del suo carattere “ripetuto” e trito dall'altra - genera effetti opposti, ma sempre nella direzione voluta dai persuasori – o “dissuasori” - che controllano l'informazione per i propri loschi interessi.
Con questo metodo - che agita continuamente lo spettro della banalità a mò di reprimenda - diventa impossibilie usare certe formule di discorso che rimandano a problemi ancora validi e anzi sempre più urgenti in quanto da sempre irrisolti. Ma se non si possono chiamare i problemi con i loro nomi, allora questi problemi escono dalla discussione e si sottraggono a una risoluzione. Così capita che chi usa l'espressione “conflitto di interessi”, “questione morale” o “banalizzazione dei valori” si senta controbattere che queste sarebbero le “solite storie”, o “delle banalità” e “luoghi comuni” o, ancora, delle “generalizzazioni” ecc., e cada vittima dell'"intollerabile banalità della verità". Non si pensa al fatto che se una persona si sente in dovere di ribadire una verità, lo fa perchè quella verità in fondo non è stata accettata e interiorizzata, o non è stata confortata da comportamenti conseguenti, o il problema a cui indirizza non è stato risolto.
Viene il momento in cui anche la satira, spesso inconsapevole vittima della Società dello Spettacolo, si appropria di questi principi per farsene gioco, buttando quindi tutto “in vacca” e autorizzando l'immobilismo pasciuto della classe politica attorno a questioni vitali e destinate a rimanere pratiche inevase.

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