lunedì 10 luglio 2017

IL “PESSIMISMO COSMICO” DI SCHOPENHAUER: L'ESISTENZA E' UN NULLA FATTO DI DOLORE, NOIA E MANCANZA DI SENSO

(Difficoltà: 4,9/5)

Premessa. L'articolo è lungo e non proprio facile, ma è reso il più chiaro possibile e rappresenta in sé e nel suo piccolo – senza falsa modestia grazie anche alle parti in cui “espando” il pensiero di Schopenhauer - una specie di manuale di propedeutica filosofica. Buona conoscenza.

La filosofia di Schopenhauer è la filosofia del pessimismo più radicale.
Dal punto di vista formale, il pensiero di Schopenhauer segue i dettami di tanta filosofia tradizionale e le orme di Hegel, un filosofo che peraltro egli disprezzò. Si tratta di una filosofia deduttiva, che mira a spiegare tutta la realtà sulla base di un principio unico: un po' come accade con Marx e l'economia e con Freud e l'eros. E quanto accade con Hegel e la Ragione, appunto. Ma a differenza di Hegel, prima di essere deduttiva, la filosofia di Schopenhauer è induttiva: essa deduce sì tutto l'essere dell'universo da un principio (“deduttiva” = dal generale al particolare), ma questo principio è ricavato in origine dall'osservazione dell'universo, del mondo stesso (cioè c'è “induzione” = si procede dal particolare al generale).
Quindi: prima si osserva il mondo per ricavare il principio attraverso cui questo opera, e poi si interpreta il resto dei fenomeni del mondo sulla base di questo principio, deducendo da esso realtà, circostanze, comportamenti e motivazioni.
Il principio che secondo Schopenhauer governa il Tutto è la Volontà di Vivere (Wille zum Leben, in tedesco).


1. Il Mondo Come “Volontà”


L'opera principale di Schopenhauer
Vedendo che l'esistente si presenta, fin dalle più elementari forme di vita, come una continua lotta per la sopravvivenza, in cui la vita dell'individuo non riveste alcuna importanza al cospetto della sopravvivenza e prosperità della specie, ma anzi è contrassegnata dalla sofferenza, Schopenhauer ne ricava che l'essenza dell'esistente, cioè il principio che governa il Tutto, e che i nostri sensi non ci permettono di rilevare, è quella che il filosofo tedesco chiama Wille, "Volontà (di vivere)”.
“Volontà di vivere”: questa denominazione sembrerebbe a prima vista rimandare a qualcosa di positivo. Dopotutto, cosa ci potrebbe essere mai di negativo nella volontà di vivere, di preservare la propria vita e prosperare? Il fatto che la vita è per Schopenhauer appunto, dal punto di vista dell'individuo, sofferenza, dolore. Ciò che conta per la Volontà è infatti unicamente la prosecuzione della specie, la cieca moltiplicazione degli individui all'interno della specie, e delle specie all'interno del mondo. In un siffatto contesto, la vita dell'individuo è perfettamente sacrificabile, e la Volontà non si cura di lui, né tantomeno della sua felicità.
E sarebbe un errore ritenere che la sofferenza riguardi solo l'essere umano, o anche solo gli esseri senzienti. La Volontà di vivere, che è la radice metafisica (cioè la base prima, il fondamento non visibile) della sofferenza nel mondo, rappresenta il Tutto, nulla escluso. Quando noi moriamo, ci dissolviamo nella sostanza del Tutto, nella Volontà, e “rinasciamo” come qualcosa d'altro di animato o di inanimato. (Anche il mito induista-buddista della reincarnazione si basa su questa fondamentale intuizione). Essendo quindi la Volontà il Tutto, anche gli oggetti inanimati, pur non “sentendo”, soggiaciono alla legge della sofferenza universale: il crack! che udiamo quando spezziamo un bastone di legno o pieghiamo un pezzo di plastica, è per Schopenhauer il “gemito” della materia. La sofferenza è il vero principio che regola l'Universo; è il contrassegno del Tutto, il vero datum universale.
La Volontà è quindi paragonabile a un “dio negativo”, un'entità irrazionale che non si cura minimamente della vita dei singoli, considerandoli invece degli elementi perfettamente sacrificabili sull'altare di una cieca e assurda perpetuazione di sé. Essa è eterna e unica, perché include tutto l'esistente. Ma è anche forza irrazionale e cieca, priva di senso o di un fine ultimo.


1.1 “L'Esistenza è un Pendolo tra il Dolore e la Noia”

La felicità individuale è un'illusione: essa s'identifica con l'appagamento di un bisogno, con la soddisfazione di un desiderio. Ma questo appagamento non è mai definitivo, e l'inseguimento della felicità è solo un cammino circolare che porta sempre al punto di partenza. L'unico dato costante della vita umana – e, in forma più attenuata, di quella di tutti gli altri esseri senzienti - è la sofferenza determinata dalla nostra natura di esseri desideranti. L'appagamento di un determinato desiderio porta solo a una condizione di stasi insopportabile, una condizione che ci spinge a desiderare qualcosa d'altro e ad arrabattarsi per ottenerlo; e così all'infinito. Ciò porta Schopenhauer a dire che la nostra esistenza è un pendolo tra il dolore (la tensione verso la soddisfazione del desiderio) e la noia (l'avvenuto appagamento, che però già ci spinge a guardarci attorno per cercare il prossimo oggetto del desiderio ). Se avvertiamo fame e desiderio sessuale, entriamo in uno stato di tensione e sofferenza, e la soddisfazione del bisogno coincide con la rimozione del dolore. Ma la rimozione del dolore lascia il posto a un senso di vuoto dovuto alla mancanza di uno scopo: lascia il posto alla noia. Il tutto fino al rinnovarsi del bisogno, in un ciclicità che non conosce mai fine, come mai fine ha la sofferenza dell'individuo. Il piacere e la gioia non esistono in sé, ma solo in funzione del dolore: il dolore è la realtà originaria; piacere e felicità sono solo dei derivati. L'uomo è poi, per Schopenhauer, l'essere che soffre di più, perché in lui i bisogni sono più numerosi e intensi e così lo è sofferenza che a essi si lega. La pubblicità ci propone in ogni momento oggetti del desiderio, dietro la promessa che essi ci renderanno felici, e che “non avremo bisogno d'altro” più nella nostra vita. Ma la ricerca della felicità rimane sempre frustrata: essa si rivela tutt'al più solo una gioia passeggera.
Essendo l'uomo tra tutti i viventi l'essere con il maggior – a tutti gli effetti, infinito - ventaglio di desideri egli è anche il più infelice, e la sua esistenza la più miserabile.


1.2. Lo Scopo della Volontà è la Perpetuazione della Specie. L'Individuo è del Tutto Sacrificabile

Una femmina di mantide religiosa divora il partner
Fame e desiderio sessuale, si diceva. Essi sintetizzano rispettivamente le forze dell'autoconservazione e della riproduzione. Quale delle due è più importante e rilevante nella nostra vita? (1) La risposta, per Schopenhauer, curiosissimo cultore delle scienze naturali, non può lasciar spazio a dubbi. Quali sono infatti le priorità della Volontà? L'osservazione della natura (all'esterno e all'interno di noi), ci viene incontro nella risoluzione di questo quesito. Se guardiamo al mondo animale, ci rendiamo conto che presso alcune specie è norma per il partner maschile, nella fase del corteggiamento, l'intraprendere un percorso rischioso, che si conclude spesso con la morte. E' il caso del maschio della vedova nera e di quello della mantide religiosa. Perché sacrificare la propria vita per l'accoppiamento? Perché l'istinto dice a queste creature che la loro vita individuale è perfettamente sacrificabile in funzione della procreazione e della perpetuazione della specie. Anche la disponibilità – normale, nel mondo animale - da parte della madre di sacrificarsi per salvare la vita dei piccoli, ciò che la sensibilità umana dipinge – e non del tutto a torto - con le tinte di un amore eroico e incondizionato, è in realtà nient'altro che la risposta a questo istinto primordiale che ci fa mettere la salvaguardia della specie prima di quella dell'individuo, cioè di noi stessi.
La Volontà si manifesta insomma nel mondo con il contrassegno del darwinismo più spietato, che vede il debole soccombere e l'individuo sacrificarsi per la specie. Ciò è presente dappertutto: agli esempi dal mondo animale sopra citati si potrebbe aggiungere – al vertice della scala evolutiva - quello della superpotenza che decide di sacrificare soldati e civili in guerre combattute per la sopravvivenza del “sistema” e “per il bene dei nostri figli” e “delle nuove generazioni”.
Rivolgiamoci ora alla natura dentro di noi, e anche qui scorgeremo lo stesso scenario. Interroghiamoci per un momento sulle nostre abitudini e su una domanda che raramente ci poniamo in modo consapevole: qual è la gerarchia dei nostri bisogni e piaceri? Il nutrirsi viene prima o dopo l'accoppiarsi? Non è forse vero che, quando siamo eccitati sessualmente, anche il senso dell'appetito deve farsi da parte finché non sia stato soddisfatto l'impulso sessuale, il quale domina in quel frangente ogni nostro pensiero? La verità è che la forza che governa il nostro comportamento nel modo più dispotico e intransigente è l'istinto sessuale, non quelli legati alla nostra sopravvivenza individuale, tra i quali la sete o la fame. E' pur vero che l'istinto sessuale deve farsi da parte nel momento in cui il cibarsi o l'assetarsi sia per noi in quel momento questione di vita o di morte. Ma si tratta di un caso estremo: dopotutto, la procreazione non può avere luogo se l'individuo non sopravvive. Riflettiamo però su un punto, o meglio su una circostanza: se, naufraghi su una zattera e con una limitata riserva di cibo e acqua, ci trovassimo di fronte alla scelta se nutrire noi stessi o nutrire i nostri figli, come agiremmo? La risposta – penso ovvia per tutti – non può che farci concludere, con Schopenhauer, che anche noi siamo programmati per privilegiare la perpetuazione della specie, e quindi la soddisfazione dell'istinto sessuale, rispetto alla nostra salvezza individuale, cioè all'istinto del cibarsi, dell'assetarsi o di salvaguardare la nostra incolumità.
Anche l'amore sessuale, cioè il sentimento che ci lega al partner sessuale, è, come tutti i piaceri e le gioie, un'illusione. Esso non è altro che un travestimento del puro istinto sessuale, uno stratagemma ideato dal “Genio della specie”, dalla Natura, per ammantare di nobiltà il “crimine cosmico” della perpetuazione della sofferenza esistenziale attraverso la procreazione. Questo fatto, il fatto cioè che la generazione di un nuovo individuo sia un atto iniquo in quanto non fa che rendere possibile il nuovo dolore legato a quell'individuo, è riflettuto nel mito biblico del peccato originale: ciascuno di noi nasce col marchio dell'innocenza per le sofferenze che, inevitabilmente e necessariamente, subirà; ma ognuno di noi nasce anche col marchio della colpevolezza per le sofferenze che, altrettanto inevitabilmente e necessariamente, causerà.


1.3. All'Interno del Mondo non Esistono Libertà e Libero Arbitrio: Tutto è Predeterminato

Meccanicismo
La Volontà di vivere non è una cosa tra le altre: essa è la cosa, una forza primordiale che comprende tutte le cose dell'universo e che alberga in noi e ci fa agire in maniera deterministica, cioè inevitabile e necessaria. L'agire degli esseri viventi è, non differentemente da quello delle cose, determinato in partenza: essi non possono esimersi dall'operare nella maniera in cui operano; in questo, non vi è alcuna differenza tra l'agire dell'uomo e di ogni essere vivente e l'agire del corpo celeste e di qualsiasi altro oggetto inanimato: entrambi agiscono sospinti da una forza a cui non si possono sottrarre. Il desiderio è cioè per la nostra volontà ciò che la forza di gravità è per il nostro corpo: un impulso che determina ogni nostro agire in maniera necessaria, e di fronte al quale ogni nostra resistenza è vana. Pretendere di desiderare senza al contempo cercare la soddisfazione del desiderio equivarrebbe a pretendere di lanciarsi dal sesto piano senza spiaccicarsi a terra. Il libero arbitrio, e cioè l'idea che noi possiamo decidere di non soddisfare un nostro desiderio, è un'illusione legata al fatto che, nell'uomo, la soddisfazione del desiderio può essere procrastinata, rimandata a un momento futuro; finché rimaniamo sotto il dominio della Volontà di Vivere, tuttavia, essa non potrà mai essere negata del tutto. Se, per esempio, desideriamo un particolare modello d'auto, possiamo stare sicuri che faremo di tutto per arrivare a possederlo; se tuttavia le nostre condizioni economiche non ce lo permettono in quel dato momento, rimanderemo il suo acquisto a un momento più favorevole. Se infine, nonostante i nostri sforzi, il modello prescelto rimanesse comunque fuori dalla nostra portata, ci orienteremmo verso un modello inferiore. In ogni caso, il nostro desiderio non rimarrà mai tale, ma cercheremo sempre in qualche modo di soddisfarlo. Non ci possiamo sottrarre a questo meccanismo: il desiderio è la forza di gravità della nostra volontà; esso plasma il nostro agire e lo determina con assoluta necessità.


2. Come Conosciamo: Spazio, Tempo, Causalità

Salvador Dalì, "La persistenza della memoria", 1931
La gnoseologia è, in filosofia, la “dottrina della conoscenza”, che spiega come noi conosciamo la realtà. La gnoseologia schopenhaueriana si lega alla sua visione dell'universo tutto. La Volontà di vivere, infatti, ci mette a disposizione delle strutture conoscitive che ci permettono di percepire la realtà in maniera funzionale, e cioè in funzione degli scopi per i quali essa ci ha “concepiti”. Così, i tre presupposti che ci permettono di percepire la realtà e di orientarci e vivere nel mondo sono lo spazio e il tempo (definite "forme a priori dell'intuizione") e la causalità (una categoria dell'intelletto, che ci permette di comprendere la connessione tra i fenomeni). Questi sono, in un certo senso, gli “algoritmi” del software che ci permette di decodificare la realtà, gli strumenti che noi abbiamo a disposizione per conoscere e agire nel mondo. I tre elementi sono inseparabili, perché ogni evento si svolge in un rapporto temporale all'interno di uno spazio e secondo una relazione di causalità. Come insegna Eraclito, infatti, tutto nel mondo si muove, e nulla è fermo: anche la moneta che ho sul mio tavolo, apparentemente immobile, in realtà si muove per effetto della rotazione e rivoluzione terrestri, nonché dell'espansione dell'Universo. Ma il movimento si svolge necessariamente da un punto all'altro, quindi all'interno di uno spazio. Esso è, infine, sempre causato: ha sempre qualcosa che lo inizia, e quand'anche – ipotesi impossibile, a meno di ipotizzare una sostanza divina – si mettesse in moto da sé, esso sarebbe comunque causa di se stesso. Per essere percepito, il mondo ha insomma bisogno di tutti e tre gli strumenti: se, per esempio, togliessimo la causalità, come potremmo percepire il passare del tempo? E come potremmo concepire un effetto che segue una causa al di fuori di un continuum temporale? Solo in Dio, che è eterno, causa ed effetto coincidono; ma questa nozione è per noi, per la maniera in cui siamo fatti e in cui pensiamo, inconcepibile e impensabile.
Come già spiegato nel paragrafo precedente, tutto nell'universo è per Schopenhauer determinato, tutto si svolge in maniera fissa e necessaria, secondo una rigida consecutio causa-effetto. L'universo soggiace cioè a un meccanicismo assoluto: esso è un complesso meccanicistico in cui causa ed effetto si succedono in modo fisso, predeterminato e immodificabile, come in una catena senza fine. Ne consegue che le strutture conoscitive che abbiamo a disposizione per conoscere la realtà in cui viviamo e per rapportarci ad essa, cioè spazio, tempo e causalità, risentono necessariamente – in quanto per definizione tarate sulla configurazione del Mondo – di questo meccanicismo. Esse sono cioè non solo il medium attraverso cui conosciamo il mondo, bensì sono parimenti la catena che ci lega ad esso, lo strumento della nostra schiavitù: finché non travalicheremo i confini di questo “comune percepire”, finché continueremo a percepire, a pensare ed agire attraverso gli strumenti che la Volontà di vivere ci mette a disposizione, noi continueremo a funzionare come dei servi della Volontà stessa, e la nostra esistenza si esaurirà in un'infinita concatenazione di desideri da soddisfare, come nell'immagine del pendolo.
Perché la catena abbia senso e sortisca il suo effetto, è necessario si possa percepirne i distinti anelli: per questo, spazio tempo vanno a costituire il principium individuationis della realtà, concetto che andiamo subito a chiarire.


2.1 Il "Principium Individuationis"

E' molto importante, nella filosofia di Schopenhauer, tener ferma la nozione (già medievale) di principium individuationis (il “principio di individuazione”, o “individuante”) che si lega comunque strettamente a quanto appena detto. Cos'è, per Schopenhauer, il principium individuationis? E', in sostanza, il criterio attraverso il quale noi percepiamo i distinti oggetti del mondo; esso descrive così l'attività della percezione secondo lo spazio e il tempo. Per svolgere le funzioni che la Volontà ha pensato per noi, per entrare cioè a far parte di quella catena deterministica di eventi che governa l'Universo tutto, noi dobbiamo essere in grado di percepire gli oggetti – in senso lato - distintamente l'uno dall'altro. Spazio e tempo si incaricano di questo. Si prenda l'esempio della scelta del partner sessuale. Per la sopravvivenza della specie, noi abbiamo bisogno di cercare il partner giusto: quello più bello, sano e intelligente. Ora, se non fossimo in grado di percepire, attraverso lo spazio e il tempo, la sua individualità e le sue caratteristiche individuali, e cioè in sintesi la sua idoneità per i nostri scopi (che si identificano con quelli della Specie), la scelta non sarebbe per definizione possibile, e ci troveremmo a figliare con il primo partner disponibile, con buona pace del principio della selezione naturale. Senza il principium individuationis, insomma, cioè senza alcun criterio di differenziazione, non si riuscirebbe a distinguere il bello dal brutto, il ricco dal povero, l'alto dal basso, l'intelligente dallo sciocco. Non sarebbe possibile il desiderio per un oggetto particolare, perché non solo ogni oggetto verrebbe a mancare di importanza nella sua incapacità di distinguersi da ogni altro, ma perderemmo la facoltà di percepire ogni oggetto del mondo, essendo gli oggetti definiti in base ai loro attributi. Il mondo semplicemente cesserebbe di esistere per noi, perché perderemmo la capacità di distinguere tra noi stessi ed esso come oggetto “contenitore” di tutti gli oggetti.


3. Dal “Fenomeno” al “Noumeno”

Il principium individuationis ci permette quindi di identificare in ogni oggetto uno scopo per ogni nostro singolo atto di volontà, per ogni nostro singolo desiderio: voglio quel particolare oggetto, mi piace quella particolare persona ecc. E non avremmo alcuna difficoltà a rispondere alla domanda “perché vogliamo quell'oggetto?”: basterebbe descrivere la qualità o le qualità che ce lo fanno piacere. Ma nell'ipotesi che il “filtro” del principium individuationis venisse meno, resteremmo solo con la domanda generale: “Perché vogliamo”? Cioè: al di là di questo o quell'oggetto del desiderio, perché vogliamo? Perché siamo dominati dal desiderio? Qual è lo scopo del nostro volere in generale? Il superamento del principium individuationis ci connette dunque con una domanda originaria, cruciale, la risposta alla quale ci conduce a scoprire la Volontà di Vivere. Questa domanda non ha infatti, al di fuori della filosofia, alcuna risposta: è la filosofia (di Schopenhauer) l'unica a dirci che questo nostro volere non ha scopo e senso, perché è la Volontà, la sostanza che ci domina e di cui siamo fatti, a non avere scopo o senso, essendo essa come abbiamo visto cieca e priva di un fine ultimo.


4. Dalla Gnoseologia alla Metafisica all'Etica

Metafisica, gnoseologia e etica sono in Schopenhauer legate in modo indissolubile. La filosofia di Schopenhauer è infatti, al pari di quella di Hegel ma in senso opposto, un vero sistema filosofico, nel quale tutte le parti, e le branche della filosofia che lo compongono, si legano inestricabilmente perché derivano da una stessa realtà: la Volontà di Vivere.
Così, il prinicipium individuationis, appena discusso, non ha solo una rilevanza per la teoria della conoscenza, cioè una rilevanza gnoseologica: ne ha anche una metafisica, perché ci fa capire per contrasto che al di là del fenomeno, e cioè di ciò che noi percepiamo con i nostri sensi, esiste qualcosa di più originario e di più reale. Esso riveste però anche – soprattutto, oseremmo dire - una rilevanza etica. Il principium individuationis, nel momento in cui ci vincola a una lettura "particolaristica" della realtà facendoci vedere la molteplicità laddove dovremmo vedere l'unità, ci rinchiude nel compartimento stagno del nostro individualismo ed egoismo: sulla scorta di esso, noi percepiamo, pensiamo e agiamo in quanto individui, non certo in quanto parte di una fratellanza universale che non fa distinguo tra caratteristiche fisiche, posizione sociale, simpatie e antipatie o altro. Il principium individuationis è nella pratica la radice dell'egoismo universale, perché ci programma – in quanto soggetti che si trovano di fronte a oggetti del mondo - per percepire particolari, differenze e distinzioni da cui trarre profitto in senso individuale ed egoistico, a scapito degli altri esseri, concepiti, al pari degli oggetti, come “altri da noi”, come pedine da utilizzare per la nostra gratificazione personale. In quanto tale, il prinicipium individuationis è la radice di ogni male, perché la prima distinzione che esso ci permette di fare è quella fra noi e gli altri, fra i nostri interessi e esigenze e quelle di tutti gli altri: gli altri diventano allora essi stessi, nel migliore dei casi, oggetti del nostro desiderio; in tutti gli altri, strumenti da sfruttare o “concorrenti” da battere sul mercato della soddisfazione dei bisogni.
Il principium individuationis è il medium attraverso il quale la Volontà opera in noi e nel mondo. E' lo strumento attraverso cui la Volontà ci rende dipendenti - da un punto di vista al contempo conoscitivo e comportamentale - dal mondo dei fenomeni. Il raggiungimento di una dimensione di vera libertà ed eticità può verificarsi solo in quanto si abbracci una nuova forma di conoscenza, che superi le strutture delle forme a priori e dell'intelletto  e che ci permetta di congiungerci con la sottostante realtà della Volontà: per conoscerla e per negarla.


5. Con l'Autocoscienza, l'Uomo si Scopre Volontà e la Volontà Scopre Se Stessa

"The Matrix", 1999
L'uomo ha dunque, unico fra gli esseri viventi, la possibilità di pensare - letteralmente - “al di fuori degli schemi”, dove gli schemi sono quelli di cui la Volontà lo equipaggia per perseguire il suo fine che, come già detto, è sintetizzabile nella prosecuzione e perpetuazione della specie. L'uomo può quindi sottrarsi alla sua strutturale condizione di schiavo della Volontà e conquistarsi una dimensione di libertà? La risposta di Schopenhauer è sì. A differenza dell'animale, infatti, l'uomo ha una capacità in più: l'autocoscienza (2). Mentre il pensiero dell'animale non può superare i confini funzionali della soddisfazione dei suoi desideri e la sua attenzione si rivolge invariabilmente a come procurarsi il prossimo pasto, a come arrivare ad accoppiarsi o altro, l'uomo ha la facoltà, propriamente spirituale, di pensare al di fuori della sfera materiale e istintuale. In ciò è compresa la capacità di riflettere su se stesso, sul proprio ruolo nel mondo e nell'universo, su ciò che egli è veramente. Così, nel momento in cui la Lebenswille raggiunge sul nostro pianeta (e forse anche su altri), lungo il processo descritto dalla teoria darwiniana, una fase di evoluzione che vede l'apparizione dell'uomo, essa può, per la prima volta, pensare a se stessa e nominarsi, sapere che esiste e riflettere sulle caratteristiche di questa esistenza. Questo è precisamente ciò che avviene con il pensiero filosofico, e con quello di Schopenhauer in particolare. Con l'emergere nell'uomo della capacità di pensare una dimensione ulteriore rispetto a quella comunicata dai sensi, infatti, la Volontà di Vivere può concepire il mondo reale al di là di quello percepito: può scorgere – nella terminologia della metafisica - la realtà del noumeno dietro l'apparenza ingannevole del fenomeno. Il mondo fenomenico è il mondo per come lo conosciamo, cioè la realtà vista attraverso le lenti dello spazio, del tempo e della causalità; in ciò, esso è per Schopenhauer il “Velo di Maya” (dalla tradizione induista, vera fonte d'ispirazione nella filosofia di Schopenhauer): una rappresentazione, un'illusione che ci fa vivere dalla culla alla tomba come in un sogno o trance. Il noumeno, al contrario, è il mondo come Volontà: è ciò che non ci appare immediatamente, ma che è nondimeno effettivo e reale. Nel momento in cui, attraverso l'uomo, la Volontà scopre se stessa come noumeno, cioè come la vera essenza della realtà al di là dell'apparenza, essa può finalmente, sempre attraverso l'uomo, trovare il modo di raggiungere la libertà da se stessa, la capacità di annullarsi e di neutralizzarsi. L'autocoscienza dell'uomo che si scopre Volontà è l'autocoscienza della Volontà, la quale attraverso l'uomo scopre non solo di essere il fondamento di tutta la realtà, ma anche la via della liberazione da se stessa tramite l'auto-negazione: dalla Voluntas alla Noluntas.


5.1 Conoscere la Volontà per Liberarsi da Essa: Come?

Quindi l'uomo può, grazie a un'intelligenza che gli permette di riflettere su se stesso, raggiungere l'autocoscienza, cioè la consapevolezza di essere Volontà, di far parte di un Tutto irrazionale che ha come unico scopo la propria medesima sopravvivenza e perpetuazione. Raggiungere questa consapevolezza è il primo passo per pervenire alla salvezza, alla liberazione dalla Volontà di vivere. Come possiamo dunque, in concreto, raggiungere questa “rivelazione”? Non certo, dice Schopenhauer, attraverso gli strumenti che la Volontà ci dà a disposizione: questi infatti servono al contrario, come abbiamo visto, a “incatenarci”, a vincolarci al mondo fenomenico e quindi a soggiogarci agli scopi della Volontà, e a condannarci a una condizione di perenne sofferenza fisico-esistenziale (la vita che conduciamo sotto la tirannia della Volontà ci dà solo l'illusione della felicità, consistente nella affatto temporanea soddisfazione di bisogni che però non terminano mai, ma anzi si ripresentano e si rinnovano ad infinitum). Dobbiamo invece guardare oltre i fenomeni, e cioè oltre ciò che si presenta ai nostri sensi. Dobbiamo guardare al nostro interno, alle sensazioni corporee; dobbiamo ascoltare quello che il nostro corpo ci comunica in forma immediata.. Solo così scopriamo - al di là di quello che vorrebbero farci intendere costruzioni teoriche e sublimazioni poetiche – l'unica verità, e cioè che noi non siamo altro che esseri desideranti, esseri non liberi ma dominati da istinti, pulsioni e passioni. Solo così scopriamo che siamo Volontà.


6. La Liberazione dalla Schiavitù della Volontà: Arte, Amore per il Prossimo, Nirvana

La ricetta buddista della felicità
Quali sono gli strumenti per la nostra emancipazione dalla Volontà? Schopenhauer ne individua tre: a) l'esperienza estetica; b) la pietà; c) l'ascesi.

a) L'arte, e in particolare la musica, rappresenta una forma di liberazione dalla Volontà. Nel contemplare l'opera d'arte, noi ci eleviamo al di sopra dell'istintualità, ci liberiamo dalle catene che ci fanno vedere nella materia solo degli oggetti per il nostro desiderio istintuale. Così, per esempio, l'apprezzamento estetico della nudità della Venere del Botticelli non è in alcun modo legato all'attrazione sessuale, ma esclusivamente al suo valore artistico, cioè ad aspetti formali come il colore, le proporzioni, le linee e il volume, e al valore storico e spirituale dell'opera.
In particolare la musica è per Schopenhauer la forma più alta di arte, perché essa può andare oltre il mondo fenomenico in quanto a differenza di tutte le altre forme d'arte (per esempio la scultura) non ha una base materiale e si trasmette indipendentemente dalla materia e dalla manipolazione di materiali. In quanto la musica trascende l'oggettivazione e la forma di conoscenza che vi si lega, essa è in grado di connettersi direttamente con la Volontà all'interno di noi, e di farci percepire in forma non mediata la realtà dell'esistenza.
b) La liberazione dalla Volontà attraverso l'esperienza estetica è tuttavia qualcosa di passeggero che dura solo per il tempo della fruizione dell'opera d'arte stessa. Un livello più alto di liberazione ci viene offerto per Schopenhauer dall'impegno etico nel mondo, dalla ricerca del bene altrui, dalla pietà verso gli altri. L'amore rappresentato dalla pietà si distingue per esempio dall'amore sessuale - che abbiamo visto essere un falso amore, perché desiderio che in quanto tale "oggettifica" il partner e ci porta a considerarlo un nostro possesso - in quanto esso non pone al centro se stessi e il proprio godimento, ma il bene degli altri esseri umani e viventi in generale: in virtù di questo, esso ci permette di superare l'egoismo nei rapporti con il prossimo, perché è amore che vuole il bene altrui, un agire che cerca disinteressatamente il bene del prossimo, e del prossimo in quanto tale e non come individuo particolare. Solo ridimensionando la nostra individualità siamo in grado di aprirci agli altri in modo solidaristico ed etico: lo spazio e il tempo che togliamo a noi si traduce in spazio e tempo che dedichiamo agli altri. L'amore è reale solo quando è disinteressato, solo quando è anche abnegazione. Ma la precondizione del raggiungimento di questo stato è l'adesione a una nuovo modo di concepire il mondo, che non si soffermi sui particolari e sulla considerazione degli altri come “oggetti”, ma come parte di sé. Il raggiungimento della consapevolezza che le nostre individualità sono delle illusioni destinate a dissolversi nel momento in cui ci comprendiamo come parte di un tutto, come manifestazioni particolari della Volontà di vivere, tende a farci considerare gli altri esseri viventi come degli esseri che vivono in totale comunione con noi: la loro natura è la nostra natura; il loro destino, il nostro destino. Facendo del male a loro, facciamo del male a noi: una consapevolezza, questa, che nel mondo dei fenomeni - quel “velo di Maya” che ereditiamo dalla nascita – tende a sfuggire, perché la temporalità spesso allontana la causa dall'effetto, e così proroga il momento della nemesi, il momento cioè in cui le conseguenze dei nostri atti si abbattono su di noi e siamo chiamati a rispondere del male fatto. Superata la dipendenza dal mondo fenomenico, tuttavia - e spezzata quindi la catena dell'individualità e dell'individualismo - arriviamo a comprendere che siamo tutti parte di un'unica Sostanza, che siamo tutti uguali perché tutti accomunati nella realtà della sofferenza universale.
c) La pietà rappresenta quindi un momento di consapevolezza superiore. Ma essa non è ancora, per Schopenhauer, completa liberazione dalla Volontà di vivere, perché agisce pur sempre all'interno della vita, e presuppone attaccamento, quindi passione. L'ascesi rappresenta, per Schopenhauer, la finale e completa emancipazione dell'uomo dalla Volontà. Essa è la totale negazione della volontà, perché è estirpazione del desiderio di esistere, di godere e di volere.
Come si raggiunge l'ascesi? Il primo passo sulla via dell'ascesi si identifica – e non potrebbe essere altrimenti – con la liberazione dalla fondamentale e più potente manifestazione della Volontà: l'istinto sessuale, cioè l'impulso alla conservazione e propagazione della specie. La prima ed essenziale componente dell'ascesi è quindi la castità perfetta. Rinunciando al piacere sessuale, e negandone il desiderio, l'uomo arriva ad attuare l'unico atto di libertà che gli è concesso: quello che lo emancipa dalle catene della Volontà, all'interno della quale non vi può essere infatti alcuna libertà. Solo riconoscendosi come Volontà di vivere l'uomo può sottrarsi al suo potere, negandosi come Volontà (noluntas); l'emancipazione dall'istinto sessuale è, in questo processo, il passo principale e più importante.
Sottraendosi alla Volontà, l'uomo raggiunge quello che il misticismo cristiano definisce la Grazia, quella condizione che si esprime nell'estasi quale scaturisce dalla contemplazione di Dio, dall'unione con l'Altissimo. L'ateo Schopenhauer guarda però soprattutto al buddismo: il Nirvana buddista offre, con l'esperienza del Nulla, l'equivalente dell'estasi cristiana. E il Nulla buddista non va inteso come il niente assoluto, ma il niente relativo al mondo: una negazione del mondo stesso. Così, il Nirvana è il nulla assoluto solo dal punto di vista di chi vive nel mondo; ma per chi invece vede nel mondo un bacino di esistenza inautentica e un'infinita sorgente di sofferenza, esso rappresenta il Tutto: un oceano di pace in cui si dissolvono i concetti di “io”, di “soggetto” e “oggetto” e tutti gli antagonismi che ne derivano, e nel la quale si scopre la quiete della propria unità con il Tutto, dell'unità del Tutto.


Conclusione

La prospettiva illustrata dall'ascesi o Nirvana, cioè in sostanza una negazione della Volontà che conduca in ultima istanza all'estinzione del genere umano, non deve pertanto atterrire e deprimere. L'horror vacui che può afferrarci a una simile prospettiva è per Schopenhauer solo un effetto del nostro asservimento alla Volontà, di una mentalità da schiavi che ci spinge a chiederci che ne sarà di noi una volta persa la crudele ma rassicurante potestà del padrone. Il vero nulla è – nel pensiero di Schopenhauer come nel buddismo - quello di un mondo basato sull'illusione, di un mondo sul quale si estende quel "velo di Maya" che ci fa apparire importante ed essenziale ciò che non lo è affatto, e nel quale noi siamo servi inconsapevoli delle nostre effimere passioni. La libertà da questa condizione va vista come la realtà più reale, e il suo annuncio come la verità più vera.

(1) Secondo Epicuro, che Schopenhauer riprende, la fame è annoverabile tra i piaceri “naturali e necessari”, mentre il sesso è fra quelli “naturali ma non necessari”. Esistono poi i piaceri “non naturali e non necessari”, che sono anche i più difficili da soddisfare. Va notato che Epicuro non è, a differenza di come la vulgata ce lo fa apparire ancora oggi, il filosofo “del piacere”, una sorta di teorico della felicità attraverso il godimento dei sensi, insomma un godeur. Egli è semmai un filosofo che, in sintonia con tanta tradizione del pensiero classico (e poi cristiano), mette in guardia sui pericoli dei piaceri per la nostra felicità e serenità. Per Epicuro, tutto ciò a cui l'uomo deve aspirare è l'assenza di dolore e la libertà dalle preoccupazioni e dalla paura.

(2) “Conosci te stesso”, recita l'iscrizione nel tempio di Apollo a Delfi. Questa massima, centrale nella filosofia socratica, descrive il significato della parola “autocoscienza” e rappresenta probabilmente la più importante direttrice del pensiero filosofico da Socrate in poi, al punto da costituire il nucleo fondante della filosofia moderna a partire da Cartesio, e di tanta filosofia contemporanea.

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