sabato 19 settembre 2015

CUORE DI MADRE

"Madre e figlio, per sempre."
Non leggo il quotidiano della mia città frequentemente: diciamo due volte alla settimana. Qualche giorno fa m'imbatto però sul necrologio di un giovane, Michelangelo Rosso Colletti. Il suo nome e il suo viso li ricordo bene: da almeno 25-30 anni il suo necrologio appare ogni anno sulle pagine de "L'Arena." Già la prima volta che lo notai – e parlo di 10, forse 15 anni fa - mi colpì il fatto che si trattasse di una foto in bianco e nero tra molte altre foto a colori, e mi colpì il giovane volto che raffigurava. Capii immediatamente che il suo venire a mancare non doveva essere recente, e infatti si trattava della celebrazione dell'anniversario di una morte avvenuta decenni prima, negli anni '80: “XX... Anniversario. Michelangelo Rosso Colletti. Ti penso sempre con tanto amore. Mamma Clara.” L'amore solitario di una madre, dunque, ostinato nei decenni, e che solo la propria morte – e l'auspicato ricongiungimento con il figlio – potrebbe placare. Uno straordinario esempio di affetto, racchiuso in un'immagine in bianco e nero e in un breve messaggio, appena lambito dalle folate di un'epoca intrisa di inutilità e di reciproca indifferenza. Ginestra solitaria sul volto indurito di una costa che fa scivolare verso il basso pensieri, parole e azioni.
Ho provato a cercare, a completare un quadro che già mi ero illuso di aver composto nella mia mente. Chi è quel ragazzo? Come è morto? E chi è la madre? Cosa pensa e cosa prova? Quale prodigio nasconde la testimonianza di un amore così incondizionato nel tempo? Il senso di un affetto così profondo è custodito nella storia di un rapporto, che una terza persona può solo intuire per analogia con esperienze proprie, le quali però sono a loro volta esclusive e quindi fondamentalmente altro. Ma caratteristica del nostro tempo è quella di soffocare la possiblità stessa di queste domande: esso non vuol sapere, non se ne cura, e si nasconde dietro la privacy, la nozione dell'intimità del dolore, per non prendervi parte e non porre a rischio così l'ottusa beatitudine del proprio disimpegno. La vera solitudine questo mondo la riserva a coloro che soffrono, e per questo la sofferenza richiede coraggio: il coraggio della solitudine. Come quello di questa madre, che io vorrei incontrare e abbracciare. Per farle capire che c'è qualcuno che cerca di capire. E perché mi ricorda che l'amore -quello vero, quello che si esprime nel silenzio di un atto senza tempo, come questo- non è morto, in fondo. Che non tutto è perduto, che c'è ancora speranza.

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