domenica 25 ottobre 2015

DALL'EZIOLOGIA GENETICA DEL CANCRO UNA LEZIONE PER LA VITA

(Difficoltà: 4,2/5)

E' noto che nella casistica del cancro, il fattore genetico pesa solo per un 5-10%: “Solo il 5-10% di tutti i casi di cancro può essere attribuito a difetti genetici […]. Le prove cliniche indicano che di tutte le morti causate dal cancro, quasi il 25-30% sono dovute al tabacco, un 30-35% sono collegabili alla dieta, circa un 15-20% sono causate da infezioni, e la percentuale rimanente è attribuibile ad altri fattori quali le radiazioni, lo stress, l'attività fisica, gli inquinanti ambientali ecc.” (fonte).
E' consolatorio: la stragrande maggioranza delle tipologie di cancro può essere evitata curando lo stile di vita. Proviamo ora ad allargare la portata di questa conclusione partendo da un aneddoto personale. A lungo nella mia vita, ho pensato a me come a un animale notturno: mi ritenevo geneticamente predisposto a rimanere alzato fino a tardi la notte, anche se solo per guardare la televisione. Ogni mio tentativo di adottare un ciclo di dormi-veglia più consono al funzionamento sociale era naufragato nel corso di decenni, rafforzando in me l'idea di una predestinazione genetica. Poi, un importante cambiamento esterno mi ha fatto capire che era tutta una questione di abitudine, e che la genetica non c'entrava nulla, al punto che il mio orario di risveglio passò dalle 9,30-10 alle 6,30 senza nessun sforzo apparente.
Quante volte nella nostra vita abbiamo pensato di essere "quella cosa lì", quasi per decreto divino, e ci siamo adagiati su un comportamento dettato da cattiva abitudine, consolandoci del fatto che al nostro modo di intendere esso era, in fondo, una fatalità genetica e non il frutto agro-dolce della nostra ritrosia al cambiamento? E quante volte, come cittadini, abbiamo accettato senza discutere il piatto servitoci da una politica imbelle o corrotta, facendo scorrere nella nostra testa la cantilena che quello era in fondo “il meglio possibile, il male minore”? La differenza fra una concezione “genetica” del proprio comportamento e - per estensione - dei fatti sociali e una concezione “behaviouristica” - legata cioè a comportamenti possibili e ad abitudini che si possono e si devono rompere - è la stessa che passa fra il piegarsi alla logica del “male minore” e il perseguire il bene maggiore; fra l'accettare senza fiatare l'elemosina dei nostri diritti e prenderseli tutti senza sconti, se necessario anche con la forza.


Un Esempio Personale

Associare uno stato patologico (il cancro) ad aspetti comportamentali (fino alla dimensione sociale) prendendo a pretesto il (supposto, a questo punto) comune denominatore della genetica è forse un azzardo ermeneutico, ma - penso - non scevro di stimoli per attivare qualche importante riflessione su chi si è e su dove si vuole andare, come individui e come parte di una società. Possiamo diventare quello che vogliamo, se lo vogliamo abbastanza. Non c'è nessuna fatalità; tutto sta a controllare e addomesticare - darwinianamente - l'ambiente circostante.
Ricordo a tal proposito un aneddotto che mi riguarda: io per decenni ho creduto di essere geneticamente predisposto a tirar tardi la sera. In realtà era tutto frutto di circostanze ambientali: una situazione familiare poco tranquilla e pacifica mi spingeva a rifugiarmi nella tranquillità della notte. Nel momento in cui sono andato a vivere da solo, è bastato il trucchetto di avanzare le lancette della mia sveglia - l'orologio segnava le 24, mentre erano in realtà le 22 - per "risintonizzare" il mio ciclo circadiano su un orario di risveglio più produttivo e socialmente compatibile. Una condizione "irrimediabile" risolta quindi con un trucchetto da prestigiatori per ingannare la mia percezione del tempo. Altro che "predisposizione genetica"!


Conclusione

Il modo con cui affrontiamo la vita, così come la configurazione di una società e il decorso della Storia, non sono scritti sulle Tavole della Legge. E quando lo fossero, sapremmo fin troppo bene che chi le ha scritte si nasconde dietro un falso nome.

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