mercoledì 2 agosto 2017

CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO: ECCO PERCHE' LA "SOLUZIONE A DUE STATI" E' UNA FOLLIA

Continua qui la pubblicazione di estratti - riadattati in forma di articolo - da un mio libro in preparazione sul conflitto arabo-israeliano. 


I bambini palestinesi vengono educati all'uccisione di ebrei
La "soluzione a due stati" è da decenni la linea ufficiale della comunità internazionale in merito al conflitto arabo-israeliano. Sopprassedendo sul fatto che questo conflitto non meriterebbe in un mondo normale un decimo dell'attenzione che esso riceve ormai da più di 50 anni a questa parte, è bene ormai interrogarci sulla validità di questa "soluzione" e sulle possibili motivazioni di chi spinge per la sua attuazione. 


Lo "Stato Palestinese": lo Scenario nella Mente dei Supporter della "Soluzione a Due Stati"

Certo prevedere scenari geopolitici futuri è sempre un'operazione piena d'incognite, soprattutto in una regione funestata dal fondamentalismo islamico quale il Medio Oriente. E' possibile che, nel propugnare la soluzione a due stati, esperti conoscitori del conflitto arabo-israeliano e sinceri supporter di Israele come l'avvocato e professore ad Harvard Alan Dershowitz ipotizzino – senza poterlo dire pubblicamnete per non fare “mangiare la foglia” e rovinare così per sempre la prospettiva della pace – che la creazione di una nazione palestinese responsabilizzerebbe i palestinesi molto più di quanto non accada ora. Una volta ottenuti i territori e cessata l'“occupazione”, un'ulteriore guerra mirata alla distruzione di Israele diventerebbe in sostanza una campagna di conquista di uno stato sovrano nei confronti di un altro stato sovrano, con l'aggravante del patrocinio - a suon di petroldollari - dei potentissimi e ricchissimi stati del Golfo. Anche presso i più sfegatati e irrazionali supporter del palestinismo nella sinistra estrema, la menzognera immagine dei palestinesi come popolo oppresso dall'imperialismo israelo-americano verrebbe a vacillare: dotati di un proprio stato armato fino ai denti dall'Iran, dal Qatar o dall'Arabia Saudita, la narrazione che vede i palestinesi come degli “underdog” che si difendono dai carrarmati israeliani a suon di sassate, fionde e molotov ne verrebbe spazzata via. Il vantaggio sarebbe quindi quello di disinnescare la propaganda palestinese e filo-palestinese fino dalle fondamenta. In più, avendo a che fare con uno stato militarmente sovrano e non più con un terrorismo interno, Israele sarebbe autorizzato a contrattaccare dispiegando appieno la potenza del suo esercito, come ha fatto in Gaza. Infine, rompendo gli accordi di pace, i palestinesi dimostrerebbero per l'ennesima volta - forse quella decisiva, perché legata al risultato ultimo della fine dell'"occupazione" - la loro inaffidabilità come partner in trattati.
Questo è forse lo scenario che hanno in mente coloro che, da sinceri amici di Israele, si impuntano a vedere nella soluzione a due stati anche la soluzione al conflitto arabo-israeliano. E questo spiega forse, almeno in parte, anche le resistenze palestinesi al compimento del processo di pace. La firma di un trattato di pace imporrebbe loro automaticamente la fine della jihad contro il nemico ebraico, comandata nel Corano ed espressa a chiare lettere nell'atto costitutivo dell'organizzazione terroristica Hamas, egemone in Gaza. In alternativa, la rottura di un patto così decisivo varrebbe loro forse il definitivo distacco della comunità internazionale, che per tutti questi decenni ha coccolato i palestinesi, assecondandone le aspirazioni per non irritare i grandi produttori di petrolio.


La Creazione dello "Stato Palestinese": un Gioco (al Massacro?) che non Vale la Candela

Ma lo scenario descritto sopra è verosimile? La "soluzione a due stati" veramente permetterebbe di porre fine in un modo o nell'altro al sempiterno conflitto dei palestinesi e dei vicini arabi con Israele? V'è da dubitarne fortemente: salta agli occhi immediatamente la rischiosità di quella che si profilerebbe come una scommessa estrema, per non dire folle. Innanzitutto sussistono forti dubbi che l'atteggiamento della comunità internazionale, Onu su tutti, possa essere quello descritto. E' invece molto probabile che Onu, Eu, establishment liberal e deep state americani, nonché i media di sinistra e le varie ong continuerebbero a ricevere pressioni e incentivi per un sostegno totale e incondizionato ai palestinesi.
In secondo luogo, anche in virtù dell'appoggio di cui il nuovo stato palestinese continuerebbe probabilmente a godere presso la comunità internazionale, la previsione che esso si sentirebbe vincolato al rispetto del trattato di pace è illusoria: la violazione di simili patti è una costante da parte palestinese, come insegna il comportamento di Arafat successivamente alla firma di Oslo. E come conferma il comportamento del suo erede, il Presidente della Palestinian Authority Mahmoud Abbas/Abu Mazen, che invece di prevenire e reprimere fra la sua popolazione la violenza terroristica e l'incitazione anti-ebraica- tutti elementi previste dagli accordi di Oslo - le premia con vitalizi alle vedove dei "martiri" suicidi e con l'intitolazione a essi di strade, e le incoraggia con testi scolastici che ripropongono i luoghi comuni di tanto antisemitismo novecentesco. 
Non mancherebbero certo ai palestinesi – come non mancano ora - pretesti per scatenare guerre contro Israele; guerre che, come sempre, vedrebbero palestinesi e mondo arabo beneficiare della prima mossa. E ci sono tutti i motivi per pensare che, con uno stato palestinese territorialmente ben impiantato nel cuore di Israele e a pochi chilometri dal suo centro nevralgico – Tel Aviv – questa mossa potrebbe risolvere il conflitto da subito. E' infatti ben noto che la distruzione di Tel Aviv – suo centro vitale non solo dal punto di vista politico - equivarrebbe nella pratica alla distruzione dell'intero stato di Israele, anche in virtù del fatto che il territorio israeliano è per più del 55% desertico. 
E non è tutto. La formazione di uno stato palestinese sulla West Bank comporterebbe la creazione di un fronte bellico orientale laddove ora c'è invece la Giordania, paese certo non amico di Israele, ma che intrattiene comunque con lo stato ebraico una relazione di “pace fredda” in virtù del trattato di pace del 1994. Strangolata tra la Palestina e l'Iran, che consolida ogni giorno di più la sua stretta sullo “stato di mezzo” - l'Irak - la Giordania, la cui popolazione è già per un terzo palestinese, potrebbe subire un colpo di stato che deporrebbe la dinastia hashemita: a questo punto, non vi sarebbe alcun ostacolo per una sua unificazione con la West Bank in un unico grande stato palestinese in grado di estendersi da Israele all'Irak. Nel più favorevole dei casi, la Giordania sarebbe comunque condannata a un ruolo di corridoio per l'invio di armi verso il nuovo stato in Cisgiordania. Il nuovo stato palestinese si tramuterebbe in ogni caso – al pari del Libano di Hezbollah, della Gaza di Hamas e della Siria di Assad - in un ennesimo proxy dell'Iran per fare la guerra contro Israele. Lo stato ebraico si troverebbe accerchiato come e più che nel 1948, 1967 e 1973: l'elemento inedito e aggiuntivo sarebbe il coordinamento dei vari stati jihadisti sotto un'unica guida, quella dell'Iran, che nel frattempo potrebbe per giunta aver sviluppato potenzialità nucleari grazie all'accordo nucleare voluto da Obama e sottoscritto nel 2015.
Uno scenario da incubo per Israele, e una condanna a una guerra totale all'insegna dell'Islam più pericoloso: quello apocalittico-messianico-genocida del fondamentalismo sciita iraniano. E un possibile innesco per una guerra mondiale, visti gli interessi americani e russi nell'area. 

La scommessa della soluzione a due stati è appunto questo: una scommessa. I vantaggi che si pensa di trarne sono flebili e nient'affatto certi; gli svantaggi sono enormi e assai probabili. Da una parte infatti, Israele può unicamente sperare di togliere alla propaganda palestinese la carta dell'“oppressione da parte di un paese occupante”; dall'altro, il mondo arabo può sperare di distruggere Israele con un'azione concertata, sfruttando le enormi risorse dell'Iran e la potenza di fuoco dell'arsenale anche nucleare iraniano, nonché il vantaggio strategico-territoriale di trovarsi a due passi dal cuore dello stato ebraico.
Che a desiderare la soluzione a due stati siano coloro che – anche solo nascostamente e dietro belle parole – desiderano la distruzione di Israele, o che semplicemente decidano di esprimersi su cose che non conoscono, è comprensibile; che a farlo siano persone di straordinaria intelligenza e genuine supporter di Israele come Dershowitz, lo è molto meno. 
Una domanda a questo punto si impone: se veramente i vantaggi di una pace fondata sulla soluzione a due stati sono nettamente sbilanciati dalla parte della jihad anti-israeliana, perché allora la leadership palestinese l'ha ripetutamente rifiutata? Le ragioni sono varie, e ci limiteremo qui ad accennarne alcune. Inanzitutto, è chiaro che lo scotto delle clamorose sconfitte subite dalla coalizione di eserciti arabi a opera di Israele nel 1948, 1967 e 1973 si fa ancora sentire, e non fa presagire nulla di buono per una nuova guerra in cui l'esercito palestinese si troverebbe al centro della disputa e totalmente privo di esperienza sul campo. In secondo luogo, la condizione di "rifugiati" frutta ai palestinesi una pioggia di miliardi di dollari ogni anno: solo dal Dipartimento di Stato Americano, la Palestinian Authority di Mahmoud Abbas ha ricevuto nel 2016 357 milioni di dollari. (1) E' parte di quello che io chiamo il "business dell'antisionismo": un'industria che copre di denaro, prestigio e potere anche un indotto fondato da ong, media, ambienti accademici e politici e quant'altro.
Quindi, se anche i palestinesi sono incerti sulla "soluzione a due stati", non si capisce perché i supporter di Israele debbano mostrare tanta sicurezza nell'auspicarla. Stante quanto detto finora, permettere la creazione di uno stato palestinese senza al contempo quantomeno eleminare la minaccia - anche nucleare - dell'Iran è assurdo e autolesionistico.
Infine, vale il seguente ragionamento: se veramente si crede che i palestinesi vogliano la pace, allora il loro rifiuto della "soluzione a due stati" lascerebbe a intendere che questo non è il viatico giusto per ottenerla; se, al contrario, essi non sono interessati alla pace, allora il loro rifiuto della "soluzione a due stati" lascerebbe pensare che questa potrebbe essere la strada giusta, ma anche che essa è impercorribile, stante l'indisponibilità dei palestinesi alla pace e quindi la poca credibilità del proprio impegno a perseguirla. La soluzione a due stati non è quindi solo - dal punto di vista pratico - un gioco che non vale la candela: essa è anche qualcosa di irrealizzabile dal punto di vista logico.


La "Palestina" Esiste Già: si Chiama Giordania

Lo scenario dipinto poco sopra aggiunge un elemento a quanto già si sa. Quello che già si sa è che esiste già uno stato palestinese, e che si chiama Gaza. Si sa inoltre che, formandone un altro in Cisgiordania, si avrebbero due stati palestinesi. Quello che l'opinione pubblica in largo invece non sa, è che il naturale sbocco per uno stato palestinese non sono né Gaza né la West Bank, aree che Israele ha fatto sue “regolarmente”, cioè in guerre che esso non ha causato, ma che ha subito: guerre – tutte e senza eccezioni - di conquista e di sterminio, cioè volte alla conquista del territorio israeliano “dal fiume fino al mare” e allo sterminio del suo popolo. No: il naturale sbocco per uno stato palestinese – qualora veramente vi fosse la volontà di formarlo – è la Giordania, nazione che già conta su una presenza palestinese pari almeno a un terzo sul totale della popolazione. La Giordania è lo stato che occupava illegalmente la West Bank dal 1948 fino al 1967, anno in cui perse la Guerra dei Sei Giorni e con essa la regione. E la Giordania è anche una monarchia costituzionale la cui leadership è sistematicamente e storicamente in bilico ed è tenuta insieme unicamente dall'esigenza per Israele - e per tutti coloro che hanno a cuore la stabilità del Medio Oriente - di disporre di un "cuscinetto" fra lo stato ebraico e le potenze votate alla sua distruzione come l'Irak e - oggi - l'Iran. Una volta costituita una nazione palestinese in Cisgiordania, la monarchia hashemita perderebbe questo ruolo e sarebbe comunque con ogni probabilità travolta dagli eventi. Tanto varrebbe - se la Giordania ha, come dice, veramente a cuore le sorti del popolo palestinese - anticipare i tempi evitando bagni di sangue e dare una casa ai "fratelli arabi" di quella che ancora oggi non a caso viene chiamata "Cisgiordania".
Come si è detto nel precedente paragrafo, quindi, la creazione di uno stato palestinese nella West Bank costituirebbe molto probabilmente premessa per la formazione di un ulteriore stato palestinese al posto della Giordania. In questo modo, si perverrebbe alla formazione di ben tre stati palestinesi, uno più grande dell'altro. Non esattamente un premio equo per un soggetto, il popolo palestinese, che ha cercato o assecondato per decenni lo sterminio di un intero popolo, prima tramite gli eserciti e poi – sconfitti questi ripetutamente – tramite il terrorismo. Normalmente, un popolo che perde guerre – e tanto più guerre che esso stesso ha avallato o cercato - perde territori, non li acquisisce dal nemico che lo ha sconfitto. A meno che, naturalmente, questo nemico si chiami “ebrei”, e l'offensore possa esercitare il potere dei petroldollari e le leve della propaganda attraverso il condizionamento del 90% dei media mondiali.

(1) "Palestinian Authority Received $357 Million From Us State Dept in 2016", 17/12/2016. 

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