sabato 22 settembre 2018

I DIRITTI DELL'INFANZIA DIVENUTI ARMA IDEOLOGICA NELLE MANI DELLE ELITE GLOBALISTE E IMMIGRAZIONISTE

(Difficoltà:4/5)

La società occidentale ha particolare cura dei bambini. Occorrerebbe fare uno studio apposito, ma è possibile che questo sia – almeno nelle dimensioni attuali - un tratto acquisito relativamente di recente nella storia dell’Occidente. In una civiltà a bassissimo tasso di natalità, nella quale la maternità viene posposta alla carriera nella scala degli interessi e dei valori, le donne procreano in età avanzata e quindi spesso si trovano ad avere un unico figlio, cioè ad avere "tutte le uova in un unico cesto", è normale che l'iperprotettivismo nei confronti della prole si estenda fino a diventare una variabile culturale così caratterizzante.
Certo, più in generale, un contrassegno della società umana e (almeno per il discorso dei piccoli) animale è quello di salvaguardare l’incolumità della prole e della parte femminile all’interno del gruppo (“prima le donne e i bambini” si ode dire nei film quando un qualche vascello sta per affondare). Ma questa universale attitudine non è da vedere moralisticamente: la Natura non si interessa della morale. Quindi, il fatto che siano i più deboli a essere protetti non deve ingannare: siamo, al contrario, nel campo del puro utilitarismo darwinista, e i soggetti deboli verranno comunque selezionati, una volta che, crescendo, non abbiano saputo dimostrarsi all’altezza delle sfide ambientali. La debolezza delle femmine e dei cuccioli è quindi da considerare, evolutivamente, ideale incubatrice di una forza futura, che possa far sopravvivere e progredire la specie: questo è l’unica cosa che interessa alla Natura.


La Sacralità della Vita del Bambino al di Sopra delle Altre: un Totem Ideologico

La salvaguardia della prole (e dell’elemento femminile) nella specie rientra quindi appieno nella logica evolutiva. Ma con il progredire della civilizzazione, e quindi con l’iniezione di sovrastrutture culturali e morali a confondere le acque di una logica evolutiva di per sé elementare, la tutela della prole viene trasfigurata (e, anzi, sfigurata e strumentalizzata) attraverso un’opera di ideologizzazione. La tutela dell’infanzia diviene un’ideologia, un credo inattaccabile e cristallizzato nella sua sicumera, al punto da spingere a ritenere qualsiasi voce discordante come “barbara”, cioè ponentesi al di fuori dei criteri della civilizzazione. E dove v’è ideologia, v’è spesso anche menzogna e – appunto - strumentalizzazione. Ecco dunque che il bambino – e cioè la salvaguardia della sua vita – diviene in realtà un maglio per abbattere sul nascere qualsiasi impulso di critica a politiche di per sé sciagurate e controproduttive per la sopravvivenza della società occidentale stessa. Come il tema dell’immigrazione ha dimostrato in innumerevoli occasioni, i bambini sono divenuti ormai lo strumento per un ricatto morale brandito contro qualsiasi opposizione politica che osi porre l’accento sugli interessi della comunità e sull’elementare considerazione del bilancio costi-benefici, che dovrebbe essere alla base di ogni politica laica e razionale. E’ sufficiente che ci sia un bambino di mezzo per poter far dire: “Ogni discussione è inutile, si fa come diciamo noi e basta”, a pena di essere tacciati come “inumani” o “razzisti” o alto di insultante e diffamante. Si usa, cioè, l’umanità come arma per disumanizzare l’avversario politico, connotando ogni sua critica e obiezione con i tratti dell’inciviltà, dell’egoismo e della nequizia animalesca. Si sposta il focus dell’azione politica dal dibattito e dal razionale scambio di idee a un sentimentalismo sguaiato, irrazionale e moraleggiante (cioè che tende a "far la morale" agli altri): i tratti, insomma, di quella “pancia” che i fautori di questo processo attribuiscono, proiettivamente, ai propri nemici nel mentre che li definiscono “populisti”. L’irruzione del sentimento e della passione irrazionale nella politica è un tratto che accomuna le peggiori dittature del Novecento, e come tale una traiettoria destinata a lasciar dietro di sé una lunga scia di sangue, in primis di coloro che i ricattatori morali dicono di voler proteggere: di ciò parlano le migliaia di morti annegati nelle acque del Mediterraneo, anche bambini: agnelli sacrificali dell’ideologia multiculturalista.


"Ho Desiderato che Morisse un Bambino..."

Il bambino Aylan Kurdi, vittima di scempio
Inutile dire che l’irrazionale idealizzazione dell’amore per i bambini che accompagna l’attuale invasione dell’Europa per mano di clandestini – un amore sostanzialmente fasullo perché, come abbiamo visto, ideologico e strumentale - rappresenta una debolezza strutturale dell’Occidente, intriso di quel buonismo che gli deriva dalla cultura cristiana la quale, per propria natura, solleva l’amore e la carità al di sopra della razionalità e della convenienza, che sono invece contrassegni di una politica laica, e che incorpora i tratti di quell'idolatria che le servì al principio per diffondere il proprio credo presso il popolino, ma che non è mai riuscita poi a smaltire (basti qui menzionare i culti paralleli dei santi, della Vergine Maria e - ciò che più ci interessa qui - del "Bambin Gesù"). Come già detto altrove, però, trapiantare nella politica di uno stato i criteri e lo spirito di un credo messianico – il quale naturalmente privilegia la vita oltremondana sopra quella terrena – non può che avere, nel lungo termine, conseguenze autodistruttive. Quando l’amore per i bambini assume un tono universalistico e viene esibito per giustificare un’operazione che mette in pericolo la prole della propria comunità, allora si può essere sicuri che si è di fronte a un’operazione politico-ideologica su larga scala, portata avanti da attori che se ne strafregano della tutela dell’infanzia. Ciò che interessa alle élite politico-economiche globaliste è l’introduzione di manodopera a basso costo, e i bambini non servono che da espediente ideologico-propagandistico per instillare nell’autoctono un senso di colpa che lo spinga a ignorare i pericoli derivanti da un’immigrazione incontrollata di clandestini (per la stragrande maggioranza uomini in età da militare) spesso portatori di una cultura tribale e quindi difficilissimi da integrare. É così che bambini o minorenni (il più delle volte presunti) “rifugiati” arrivano a popolare a cadenza regolare i siti di news, le pagine dei quotidiani e le aperture dei tg. Ecco quindi che ogni annuncio mediatico di una tragedia che abbia fra le vittime uno o più bambini è seguito da una frase come "tra le vittime ci sono dei bambini" o "x morti, tra i quali anche dei bambini" ecc. E gli anziani e le donne? Non sono anch'essi soggetti deboli? E gli uomini? Come si può farsi paladini della sacralità della vita umana se poi si fanno distinguo tra fasce d'età? Come nel caso di Hamas e dei palestinesi, la morte di bambini serve da richiamo propagandistico per l’avanzamento della propria agenda. Le immagini di Aylan Kurdi, il bambino di tre anni morto annegato nel Mediterraneo il 2 settembre del 2015, è esattamente ciò che le élite globaliste europee aspettavano: una potente immagine da usare per esercitare un ricatto morale sulla popolazione europea: è da quel preciso istante che il principio della difesa dei propri confini è diventato una bestemmia, uno specchio che restituirebbe l’immagine di un proprio presunto egoismo nazionalista, consumista, razzista e chi più ne ha più ne metta. I potentati europei non si sono fatti sfuggire l’occasione, il pretesto era quello giusto, ed è proprio da quel momento infatti che si sono spalancate le porte dell’Europa all’esodo di milioni di “rifugiati”, e non solo dalla rotta balcanica, la qual cosa troverebbe almeno giustificazione dalla guerra in Siria, ma da tutto il bacino del Mediterraneo: in realtà nella stragrande maggioranza migranti economici alla ricerca di welfare da percepire parassitariamente.
Gli immigrazionisti usano quindi i bambini immigrati come carne da cannone per una propaganda che piloti l'opinione pubblica verso politiche che assecondino i loro interessi: c’è da meravigliarsi dunque che, esauritasi l’ondata emotiva suscitata dall’immagine di Aylan, gli immigrazionisti in seno ai palazzi di potere, all’alta finanza, alle ong e anche al semplice elettorato di sinistra non aspettino altro che un’altra di quelle morti a favore di obiettivo, che ponga di nuovo la popolazione di fronte all’aut-aut fra autoannientamento tramite immigrazione e il convivere con il marchio infamante del proprio razzismo e inumanità? Certo la maggior parte di questi individui ha l’intelligenza di tacere questo turpe – e sì autenticamente infame – desiderio di una morte innocente da usare propagandisticamente; ma alcuni, certamente inebriati dall’arroganza di un senso di superiorità intellettuale e morale che si dimostra così totalmente infondato, si lasciano scappare affermazioni altamente rivelatrici: è il caso del premio strega Edoardo Albinati, vicino alla sinistra e già al soldo dell’Unhcr e dell’Onu (il che è tutto dire, per chi veramente sa di cosa stiamo parlando), il quale, di fronte ai successi del nuovo governo M5S-Lega nel porre freni all’immigrazione clandestina, si augurava – credendo di parlare solo a un clan di sodali e ignaro del fatto che un giornalista di Radio Padania stava registrando il discorso - la morte di un bambino “rifugiato”, prefigurando gli effetti che questo avrebbe avuto sulla tenuta di un governo con piena legittimazione democratica, ma a lui ovviamente sgradito. Nelle agghiaccianti – ma non sorprendenti – parole di Albinati c’è tutta la cifra di un’ipocrisia che utilizza la vita (e la morte) dei bambini per scopi inconfessabili, e non da ultima la segreta speranza di sovvertire un governo sceltper via democratica:
 Ho desiderato che morisse qualcuno sulla nave Aquarius. ho detto: adesso, se muore un bambino, io voglio vedere che cosa succede per il nostro governo (1)
Naturalmente, i cosiddetti “rifugiati” conoscono bene questa debolezza degli occidentali, e le rotte europee sono piene, per es., di eritrei, tunisini, pakistani ecc. privi di documenti che si spacciano per minorenni (ciò che garantisce loro ospitalità e benefici vari) quando in realtà sono ben nei loro venti o anche oltre (2). In particolar modo gli immigrati islamici conoscono bene la forza che questa e altre fisime moralistiche esercitano sulla nostra coscienza, in quanto i loro testi sacri impongono a essi la conoscenza dell’infedele finalizzata alla guerra contro lo stesso: sembra incredibile, ma un complessivo due terzi di ciò che sta scritto nei tre testi dell’Islam (il Corano, la Sira – cioè la biografia di Maometto e l’Hadith (i detti attribuiti a Maometto) è dedicato non a intessere le lodi della divinità et similia, ma a noi infedeli: a chi siamo e a come andiamo trattati. (3)
Anche dei bambini come “passaporti” per entrare clandestinamente nei paesi europei è bene documentato: gli immigrati tutti conoscono la nostra distorta sensibilità in materia di infanzia, e la usano, con la complicità del catto-comunismo istituzionale, come grimaldello morale per farsi aprire le porte di casa nostra pur non avendo - nella stragrande maggioranza dei casi - alcun diritto di accedervi.
Non si può nemmeno iniziare a descrivere l’orrore e il disgusto umano suscitato dallo sfruttamento e strumentalizzazione per fini politici di immagini di bambini vivi o morti. Se il concetto di decenza avesse ancora un senso nei media mainstream, esso imporrebbe il rispetto della vita umana a partire dal rispetto del suo momento culminante: la morte.  


Un'Altra Prospettiva

Come già osservato verso l’inizio dell’articolo, la tutela dei bambini e delle donne ha nel regno animale dei fondamenti ben evidenti, che s’inscrivono nell’esigenza di preservare la specie. Il dato cultural-religioso della sacralità del bambino è, nell’uomo occidentale, il frutto di un’elaborazione culturale che getta le proprie radici nel darwinismo. Il crudo dato naturale è, infatti, che la vita dell’anziano è meno funzionale - e quindi meno preziosa - di quella del piccolo, ed è quindi sacrificabile.  
Ma la cosa può essere vista anche da un’altra prospettiva, cioè quella che va oltre la logica dell’utilitarismo darwinistico per tirare dentro alcune considerazioni di tipo assieme logico e spirituale. Il fatto che nel dibattito pubblico una gerarchizzazione valoriale della vita in termini anagrafici (in sostanza, il fatto che la vita del bambino conti di più di quella dell’adulto) sia un qualcosa che non ammette contestazioni, rende conto di questo carattere di “naturalità” del principio in oggetto: la stessa messa in discussione del principio della sacralità della vita dell’infante è percepita come barbarie proprio perché confligge con il nostro istinto naturale, con il riflessi condizionati legati al nostro impulso più viscerale: quello che si rivolge appunto alla conservazione della nostra specie. Anche la possibilità (e anzi l’alta probabilità) della strumentalizzazione di questo principio in senso cinico può essere ricondotta a questa alla naturalità: dopotutto, si tratta sempre di accomodare un principio ideale in funzione di un impulso che guarda ai propri interessi materiali o politici.
Qual è dunque, l'altra prospettiva di cui parlavamo? Diciamo che esistono argomenti che aiutano ad affermare la vita dell’infante come più “importante” di quella dell’adulto, ma esistono anche argomenti utili - e forse ancor più validi - per attestare la tesi che la vita è una, ed è un diritto che non è lecito e morale – almeno sul piano puramente anagrafico - dispensare su base gerarchica. Diciamo che chi valorizza la vita del bambino sopra quella dell’adulto - considerando quindi, date circostanze estreme, questa sacrificabile rispetto a quella – guarda di solito al futuro, al potenziale di questa nuova vita: ciò che essa sarà in grado di costruire; essa è, insomma, una tesi “progressista”. Chi, invece, valorizza il presente e il passato, cioè ciò che uno è, ciò che uno ha costruito e le esperienze di vita e la saggezza che ha accumulato in lunghi anni, può arrivare a chiedersi se un adulto non abbia molto più da perdere di un essere umano che ha appena iniziato a vivere, e se la sua morte non dovrebbe essere in misura maggiore una tragedia per sé e per gli altri. Questa è, se vogliamo, la tesi “conservatrice”.
Ed è proprio quest’ultimo il punto principale, non certo per affermare che la vita di un adulto debba essere protetta in quanto superiore a quella dell’infante, ma sicuramente per dire che al contrario non dovrebbe essere concepita come gregaria o – addirittura - sacrificabile al cospetto di quella. Se un quarantenne muore, dopo anni di studi e di carriera, dopo aver costruito una famiglia, dopo aver contribuito alla società con il suo lavoro o con il suo ingegno, dopo aver edificato un repertorio di ricordi legati a sue età precedenti e in grado di evocargli nostalgie poetiche ecc., non è questa morte da piangere tanto quanto – o forse, oseremmo dire a questo punto, di più – di quella di un infante che è ancora “in potenza”?
Gli argomenti a favore della tesi della superiorità della vita del bambino (o comunque “non-adulto”) li abbiamo in parte già visti: uno è l’argomento “naturale” (ma abbiamo visto che ora stiamo cercando di affrontare tutto un altro ordine di considerazioni rispetto a quello naturale), l’altro è l'argomento della potenzialità (che è però argomentazione eterea, in quanto imprevedibile e quindi aperta a tutti gli sviluppi futuri immaginabili, nel bene e nel male). C’è anche poi l'argomento secondo cui l’infante avrebbe più diritto alla vita, perché ne ha vissuta di meno e quindi ha davanti a sé una porzione più grande di essa. Ma la vita è misurabile qualitativamente, più che quantitativamente: penso chiunque fra noi preferirebbe vivere sei mesi in colline soleggiate immerso tra i propri cari che 10 anni in totale isolamento in una stanza buia. E se questo è vero, riflettiamo: non racchiude l’infanzia forse i momenti più belli della vita, quelli più avulsi dalle responsabilità e dai dolori che si preparano negli anni a venire? Certo questi anni racchiudono anche le aspirazioni e i sogni (i “da grande voglio fare…”, e i “da grande voglio diventare…”); ma, ancora, siamo nel campo del possibile eventuale e non del concreto realizzato.


Conclusione

A scanso di equivoci, il sottoscritto crede ancora che i bambini siano una risorsa preziosa, anche per richiamare noi adulti a delle qualità che si perdono con gli anni, ma che sarebbe bene mantenere, e di cui i bambini rappresentano testimonianza vivente: il guardare il mondo con occhi freschi e avulsi da pregiudizi; la curiosità verso ciò che non si conosce e l’impulso a sperimentare; la capacità di farsi incantare e affascinare dalle piccole cose; la capacità di guardare al futuro con il filtro della speranza e quel pizzico di ingenuità che ci aiuta a spingerci oltre il limite di ciò che sembra possibile in quel momento, ecc.
E sì, il sottoscritto è d’accordo con il comandamento del “prima i bambini”, nel caso il fato imponga la scelta di chi salvare. Ma lo scopo dell’articolo è quello di richiamare l'attenzione sul fatto che un principio naturalmente giustificabile ma di per sé moralmente e logicamente discutibile sta diventando un gigantesco cavallo di troia per iniettare nella società europea e occidentale il veleno di culture che i diritti dei bambini li violano costantemente, e che hanno tanto a cuore i diritti dell’infanzia da sfruttare (spesso crudelmente, sempre cinicamente) i bambini per invaderci facendo leva su questa nostra debolezza culturale e morale.

(1) "Albinati e la ferocia dell'élite", di Giampaolo rossi, blog.ilgiornale.it, 15/06/2018.
http://blog.ilgiornale.it/rossi/2018/06/15/albinati-e-la-ferocia-dellelite/
(2) "Two thirds of disputed Calais 'child refugees' are adults, Home Office figures reveal", Indipendent, 19/10/2016.
https://www.independent.co.uk/news/uk/home-news/child-refugees-migrants-two-thirds-home-office-dental-teeth-david-davies-a7369186.html
(3) "Islam's Hatred of the Non-Muslim, di David Bukay, Middle East Forum, 01/06/2013.
https://www.meforum.org/articles/2013/islam-s-hatred-of-the-non-muslim



  

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