domenica 31 marzo 2019

L'ODIO DELLA SINISTRA PER IL DIRITTO DI PAROLA IN MOSTRA CONTRO IL CONVEGNO SULLA FAMIGLIA DI VERONA


 (Difficoltà: 3,3/5)

La sinistra fascista colpisce ancora. Pare proprio che essa non voglia concedere alcuno spazio alla minima voce di dissenso dal credo cripto-religioso di una neo-verità orwelliana, che i sedicenti “progressisti” rappresentano, fatta di menzogne propagandate a suon di controllo mediatico e violenza di strada.

Non c’è una forza più antidemocratica, violenta, intollerante della sinistra. Questi tratti sono inscritti nella sua storia e nel suo dna. Da tempo vado dicendo che essa va messa fuori legge in quanto fucina di terrorismo intestino e autentica mina vagante contro i principi che fondano il sistema democratico, primo fra tutti quello della libertà di parola ed espressione. Quanto meno, occorre trattare certi “manifestanti” e disturbatori professionisti delle manifestazioni del libero pensiero alla stregua di terroristi urbani da disperdere con metodi anti-sommossa e da mettere a processo per attentato ai valori dello stato. Come diceva Voltaire, l’intolleranza verso l’intolleranza è perfettamente giustificabile, e anzi un dovere. Non esiste un diritto di impedire l’espressione di idee diverse dalle proprie. Rivendicare, in nome della libertà d’espressione, il diritto a impedire fattualmente eventi in cui delle persone dicono cose che non ci piacciono è una contraddizione in termini: il principio della libertà di parola (o di manifestazione) non può essere usato per restringere e soffocare la libertà di parola. E la libertà di parola è un diritto universale: o vale per tutti o non vale per nessuno. Chi cerca di arrogare per sé un diritto universale è peggio del dittatore che quel diritto vorrebbe toglierlo a tutti.
E’ bene sgomberare ogni dubbio: i manifestanti della sinistra che si sono riuniti ieri a Verona contro il Congresso Mondiale delle Famiglie avrebbero volentieri, se gli fosse stato permesso, impedito l’evento con la forza e la violenza. Si sono, ahiloro, dovuto accontentare di adottare le consuete tecniche naziste di disumanizzazione e demonizzazione dell'avversario (vedi immagine sotto). Un paese democratico che deve schierare un’imponente mole di mezzi e di uomini armati – con significativi costi per la collettività - a protezione di un gruppo di intellettuali e politici che si vogliono riunire per scambiarsi o affermare delle idee è un paese già avviato verso una deriva totalitaria.


La Tematica dell'Aborto e i "Diritti": Specchietti per le Allodole che Nascondono l'Obiettivo della Distruzione della Famiglia Tradizionale

Finora ho letto la cosa dal punto di vista del metodo e dei principi. Ora vorrei entrare nel merito di uno dei topic attorno a cui ha ruotato il congresso in questione (che – devo precisare – io non ho seguito): l’aborto.
Da sempre la questione dell’aborto mi ha visto combattuto tra due fuochi. Sostanzialmente, sono sempre stato favorevole. Ma lo sono stato non certo in nome dei diritti femminili tanto cari (in apparenza) alle femministe. Chi declina la questione dell’aborto in questi termini si rende colpevole di egocentrismo e di egoismo. Una prospettiva di questo tipo strumentalizza la maternità a vantaggio delle rivendicazioni di status di genere, e quindi la politicizza.
Il mio appoggio all’aborto è sempre stato motivato da un paio di ordine di considerazioni. Innanzitutto, e sulla scia di Aristotele, io mi trovo d’accordo sul fatto che, fino a un certo punto della nostra vita fetale, noi siamo “in potenza”, cioè “materia” non ancora strutturata in individualità. In parole povere, non siamo ancora degli esseri umani, degli individui. Naturalmente, sorge la questione sull’individuazione del momento nel quale, all’interno del grembo materno, noi cessiamo di essere materia e iniziamo a essere “spirito”, cioè individui umani; una questione che è ovviamente aperta a tutte le speculazioni possibili.
Il fattore più importante del mio appoggio al diritto all’aborto nasce però da asciutte considerazioni di utilitarismo sociale: ho sempre pensato che un figlio non voluto è condannato a un’esistenza di sofferenza, emarginazione e possibile devianza, e questo non può certo far bene - oltre che a lui - all’integrità del tessuto sociale.
Ma il figlio può essere non voluto per una serie di ragioni: la madre può essere troppo giovane e immatura, o una disadattata o malata; sull'altro versante, però, ci possono essere in gioco motivazioni economiche, una situazione di incertezza finanziaria o lavorativa che è poi il motivo principale per il quale oggi in Occidente non si fanno più bambini. In quest’ultimo caso - per il quale è ipotizzabile che la donna desideri intimamente portare a termine la gravidanza ma sia costretta a desistere da considerazioni oggettive e da un senso di sfiducia nel proprio futuro – può essere sufficiente che lo stato intervenga nella forma di agevolazioni economiche e di politiche che favoriscano la domanda di lavoro e un miglioramento delle condizioni lavorative. Il sostegno all’aborto senza sì e senza ma, in nome di un astratto richiamo ai “diritti della donna”, è un obbrobrio ideologico e, in definitiva, anche una contraddizione del suo principio: che ne è di quelle situazioni – e sono molte, probabilmente la maggioranza - nelle quali la donna non vorrebbe abortire, ma è costretta a farlo perché spinta dalle circostanze? Il totem dell’aborto, elevato a quintessenza del rivendicazionismo femminista, non si preoccupa di cogliere queste “sfumature”, e quindi lavora contro l’autodeterminazione della donna, lavora contro i suoi diritti. L’affermazione assolutistica del diritto all’aborto non lascia spazio – e anzi lo scoraggia – al diritto alla maternità nella forma di chi vorrebbe far nascere la creatura che porta in grembo ma è costretta dalle circostanze a disfarsene. Troppo affacendate nella conservazione astratta del diritto ad abortire, esse si “dimenticano” di smuovere la politica affinché si occupi anche di queste donne. Ecco dunque che il femminismo rivela la sua intima natura: esso non si interessa veramente dei diritti delle donne, ma solo di quelli delle donne che non vogliono mettere su famiglia. Il suo scopo non sono i diritti delle donne; il suo scopo reale è uno: la distruzione della famiglia tradizionale, fin dai tempi di Marx considerata la cellula fondamentale della società borghese. Il femminismo usa i diritti delle donne come piede di porco per scardinare e sovvertire la società borghese: i diritti delle donne sono solo uno strumento ideologico per arrivare a un obiettivo ultimo, che è un obiettivo politico. In ciò il femminismo si inscrive perfettamente in quella che è – su una scala più ampia - la strategia della sinistra, che è possibile per esempio vedere all’opera attorno alla questione dell’immigrazione: la sinistra se ne fotte dei diritti “umani” di cui va cianciando; essa vuole solo seminare divisione, destabilizzare e creare le condizioni per l’affermazione di un “nuovo ordine”. La sinistra non ha mai rinunciato al suo obiettivo elettivo, cioè la distruzione della società democratico-borghese; essa ha solo col tempo rivestito la sua lotta dell’ipocrita manto dei “diritti umani”, sfruttando diabolicamente per fini politici la sofferenza sociale delle minoranze. Quasi a voler far fede all’opinione sempre più diffusa – e sempre più difficilmente contestabile - che essa trasformi in merda qualsiasi cosa tocchi, la sinistra è riuscita nel capolavoro di corrompere anche la un tempo sacra nozione di “diritti umani”. Al punto in cui siamo arrivati, è impossibile non storcere il naso ogni volta si oda quest’espressione, tanto essa è associata nella mente della collettività a tutte le subdole e truffaldine macchinazioni di cui si sono riempite negli anni le pagine della cronaca giudiziaria e politica.


Abortire la Sinistra

Il punto debole della sinistra è ormai noto: il suo totalitarismo del pensiero, la sua forma mentis ideologizzante che non le consente di operare distinguo in base al più rudimentale principio di realtà e di attinenza ai fatti umani e sociali; questo difetto strutturale della mente sinistrata è anche quello che la condannerà (e che anzi l’ha già in parte condannata) all’auto-sconfitta e all’auto-distruzione. Una ragione di esistenza, quella del "progressivismo", da sempre incentrata sulla conquista e sul mantenimento del potere è crescentemente in disaccordo con le considerazioni pratiche di una popolazione sempre più soffocata dalla cappa delle politiche imposte negli anni dai governi sinistrati in Italia e altrove, sia sul versante dell’economia e del lavoro che su quello (strettamente collegato) dell’integrazione europea, passando naturalmente per il capitolo immigrazione. La gente ha ormai mangiato la foglia, e non è più suscettibile di farsi ricattare moralmente da una gang di falsari che per anni ha tenuto tutti per le palle con i suoi ricatti morali e facendo paventare, a ogni singulto di opinione minimamente discordante dal pensiero unico, le accuse di “razzismo”, “xenofobia”, “omofobia”, “disumanità”.
In sostanza, l’impianto ideologizzante della mente sinistrata la rende totalmente vulnerabile a ogni richiamo di una razionalità facente leva sulla realtà dei fatti. Quanto possa essere semplice smontare simili impalcature ideologiche lo dimostra una semplice domanda, attinente all’argomento dal quale eravamo partiti, cioè l’aborto: “Se la legge ti permettesse di abortire quando il feto ha dai 5 ai 9 mesi, e comunque all’interno di quel range temporale nel quale sarebbe possibile far nascere un figlio prematuramente, tu ti sentiresti anche in questo caso di perorare il diritto delle donne ad abortire?” Rivolgete questa domanda a una femminista. Vi risponderà ovviamente in modo affermativo, perché altrimenti cadrebbe l’intero teatrino dei pupi che le persone come lei hanno costruito nella propria testa. Per i sinistrati, ogni particolare elemento ideologico è come un precetto religioso: un principio che va protetto dal confronto con la razionalità e con la realtà fattuale; nel momento in cui si iniziassero a fare delle eccezioni, crollerebbe l’intera impalcatura. Meglio quindi dichiararsi assassini che passare per traditori dei propri “ideali”.
In un modo o nell’altro, avrete ottenuto la vostra vittoria. In modo talmente semplice da provarci un gusto immenso.



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