martedì 5 marzo 2013

10MILA COSE CHE MI FANNO INCAZZARE/9990

(Difficoltà: 2,3/5)

QUANTO E' CATTIVA LETTERATURA, CHE SI SCRIVE TUTTAVIA...

FFabio Volo
Se c'è una cosa che mi fa incazzare sono i titoli dei libri che si scrivono oggi. Avete presente le copertine tutte colorate dei libri che aspirano allo status di best seller? Uno stratagemma grafico per attirare l'attenzione, ovviando così alla frequente mediocrità del contenuto. Ecco, la nuova frontiera è quella dei libri con titoli altisonanti, che uno scorgendoli pensa: “Ma cosa vorrà dire? Aspetta che lo compro per capirci meglio.” C'era un tempo (pre-consumistico) nel quale l'autore era sicuro del valore della sua opera e del favore di una platea vasta. Può darsi che il problema oggi stia nel voler accalappiare un lettore sempre più distratto, che rischierebbe altrimenti di sfogare la sua voglia di intrattenimento su altri lidi. Ma il problema sta proprio nella parola “intrattenimento”, e aimè copertine psichedeliche e titoli ruffiani sono solo la punta dell'iceberg di una letteratura che sta esalando gli ultimi e che non rifugge nessun compromesso con il suo tempo. 


Se.Po.Mi: Sigla di una Letteratura allo Sbando

Ecco alcuni titoli incriminati (con tra parentesi in corsivo un mio acidulo commento):
"Entra nella mia vita" (basta che sia chiaro dov'è l'uscita)
"Ogni angelo è tremendo" (Ma vai dove ti porta il cuore, va!)
"Noi siamo infinito" (mi vien da buttarmi oltre la siepe)
"Mancarsi" (a fuoco)
"La meraviglia della vita" (stò tizio già pregusta vendite record)
"L'eleganza del riccio" (e l'autore vestì smoking - fumato)
"La solitudine dei numeri primi" (perchè così non possono essere secondi a nessuno)
"Il cacciatore di aquiloni" (almeno: in zona non faunistico-venatoria? Sai, per la suspence...)
"Un sacchetto di biglie" (quelle del mio già si stanno rompendo)
"Il colore del latte" (alle ginocchia)
"Ti prego, lasciati odiare" (… che si sta facendo tardi)
"Al di là di te" (storia di uno che stava sempre in mezzo ai piedi)
"Un mare di silenzio" (poesia allo sfatto puro)
"Sia fatta la tua volontà" (anche perchè se dovessi fare la mia...)
"Vite che non sono la mia" (un po' dispersivo, non ti pare?)
"Fai bei sogni" (vai tranquillo, già mi sto addormentando)
"La piramide del caffè" (proprio adesso che stavo facendo bei sogni...)
"Il diario di velluto cremisi" (che sicuramente vale di più di quel che c'è scritto dentro)
"Se ti abbraccio non aver paura" (quella cosa dura che senti è solo la versione tascabile di questo libro)
"Bianca come il latte, rosso come il sangue" (nero come la noia)
"Nessuno sa di noi" (che l'ignoranza continui)
"Il suo nome è passione" (piacere il mio è Gringo)
"Tenera è la notte" (che si taglia con un grissin)

Cosa si evince da questo campione di titoli da me proposto? Che la circonvenzione del potenziale lettore a partire dall'elaborazione del titolo si basa sull'impiego di tre categorie:
  1. Sensazionalismo
  2. Poetismo
  3. Minimalismo
Le tre categorie si mescolano l'una con l'altra. Per esempio, minimalismo e poetismo si usano per creare sensazione, la poesia si appoggia a sua volta spesso su un minimalismo impressionistico (poetica del quotidiano, intimismo spicciolo ecc.) Essendo il minimalismo spesso una caratteristica del pensiero femminile, sembrerebbe di poter concludere che lo sviluppo descritto sia dovuto all'ingresso dirompente delle donne nel mondo della narrativa, ma questa ipotesi va a solo beneficio di uno studio della genesi del fenomeno, dal momento che ormai la tendenza è trasversale tra i due sessi.


Si Stava Meglio Quando Si Stava Meglio

Purtroppo, l'unica categoria di cui ci sarebbe bisogno è quella del descrittivismo. Tutti i più grandi romanzi della storia dichiarano il loro contenuto già nel titolo, in modo più o meno inequivocabile. Un tempo si scriveva il romanzo, e poi prima di mandarlo in stampa si tirava fuori un titolo essenziale. Oggi quando si formula un titolo accattivante si è già a metà dell'opera, e il titolo è un artificio fine a se stesso, che non anticipa nulla nell'immaginazione del potenziale lettore, nessuna indizio di dramatis personae o di topologia narrativa (dove si colloca il romanzo, se è dramma o avventura o commedia ecc.), insomma nessun contenuto definito, anche perchè spesso il libro stesso ne è sprovvisto. La scelta di un titolo che strizza l'occhio alla sensazione, alla poesia o al minimalismo impressionistico è qualcosa di solo apparentemente innocente, in quanto il libro intero diventa prigioniero del titolo, e si riduce spesso ad essere un'accozzaglia di vaghezze poetiche, pateticamente affettata e succube dei manierismi del marketing letterario. Mira troppo spesso non a descrivere, ma a evocare. Evocare cosa? Qui sta il problema: si abdica alla solidità dell'impianto narrativo, alla storia, a favore di voli pindarici sentimentali e intimistici, dove il rapporto con la realtà ha senso solo quando può appunto permettere siffatti voli. La profondità dell'introspezione, quando è staccata dalla realtà, è solo una finzione, una “profondità di superficie”. Quand'anche il libro avesse una storia appassionante, vissuta ecc., il titolo non renderebbe a ciò giustizia.
Si confrontino ora i titoli sopra indicati con quelli di questi classici della letteratura mondiale:

"I Fratelli Karamazov"
"L'amante di Lady Chatterley"
"Il Conte di Montecristo"
"Il Fu Mattia Pascal"
"I Miserabili"
"Faust"
"Il maestro e Margherita"
"L'idiota"
"Anna Karenina"
"La coscienza di Zeno"
"Tutti i racconti del mistero, dell'incubo e del terrore"
"Il grande Gatsby"
"Il giro del mondo in ottanta giorni"
"Il ritratto di Dorian Gray"
"L'isola misteriosa"
"Il dott. Jekyll e mister Hyde"

e si noterà la differenza fra cattiva e buona letteratura. Già a partire dal titolo. Un bel risparmio di tempo, no?

La prossima volta, fateci caso!
Camaleons Centrans

ZUPPA DI ZOMBIE: "Gambe in Spalla"

Gambe in Spalla

martedì 26 febbraio 2013

"IL RICATTO MORALE DELL'ESEMPIO"

 (Difficoltà: 2,1/5)


IL RICATTO MORALE DELL'ESEMPIO

Se c'è una cosa che mi fa incazzare è la frase “Dammi un esempio”, se usata con l'intenzione di invalidare una tua osservazione o critica. Con questo espediente retorico è relativamente facile confutare ogni critica senza far appello a una controcritica di merito, ma semplicemente sfuttando la proverbiale debolezza della memoria umana. Nel momento in cui il soggetto non riesce a dare nessun esempio a corredo della propria dichiarazione, si produce negli ascoltatori la netta sensazione di una mancanza di fondamento della stessa: "Non mi sai dare un esempio? Allora hai detto una falsità".A quel punto - e qualche volta ne siamo testimoni nei talk-show, anche chi ha la ragione dalla sua parte è molto probabile che passi per colui che ha torto.

La debolezza della Memoria Umana

In realtà, ci sono verità talmente consolidate ed evidenti, che l'invito a illustrarle con esempi meriterebbe di essere smascherato nel suo fondo di volgare trivialità e pretestuosità. Se io dico: “Socrate era una brava persona”, non ho bisogno di corroborare questa mia affermazione con esempi, perchè la sua verità sta inscritta da secoli nella tradizione culturale occidentale. Se una persona mi chiede: “Hai un esempio a prova di quello che dici?” i casi sono 2: 1) non conosce Socrate, e quindi non può da solo evocare esempi della sua rettitudine, per cui pecca di ignoranza; 2) sa benissimo che dico il vero, ma cerca di mettermi in difficoltà per provare che ho torto quando sa benissimo che ho ragione.
Se io abbocco e mi metto a pensare a degli esempi, allora è probabile che, sul momento, non mi venga in mente nulla. Non perchè non sappia, ma perchè la memoria umana è fatta così: tanti più sono i dati dai quali attingere, tanto più difficile ci risulta isolarne uno o un paio in particolare. Se ci fosse solo un singolo motivo, legato a una dichiarazione o a un gesto, per il quale Socrate è riconosciuto come una persona moralmente retta, allora la nostra risposta sarebbe repentina e fulminante. Considerato invece che le prove della rettitudine di Socrate sono molte e disseminate nei numerosi dialoghi platonici, è probabile che anche la prova più lampante e concreta ci sfugga: cioè, il fatto che Socrate abbia scelto di darsi la morte con la cicuta per semplice rispetto formale verso la legge degli uomini, che l'aveva condannato a morte da innocente. 


Storia, Revisionismo e Giornalismo

Per fare l'esempio contrario, se io dico: "Berlusconi è un delinquente", e mi venisse chiesto di fornire un esempio a sostegno di questa mia dichiarazione polemica, io avrei diritto di far rimbalzare l'onere della prova sul mio interlocutore: mi provi lui che quello che dico è falso, piuttosto di dover io elucubrare sugli innumerevoli esempi di violazione della legge e di istituzioni di leggi pro-canaglia offerti dalla lunga storia di B. come imprenditore e come governante. Perchè? Non per una forma di stolto pregiudizio ("è così e basta"), ma perchè viene a un certo punto il momento di depositare agli atti della memoria collettiva (la “Storia”) delle conclusioni certe e provate, senza doverle riesumare ogni volta per ritestare il loro grado di verità, molto spesso per interessi di parte e di bottega (il cosiddetto “revisionismo storico”). Viene il momento, cioè, di distillare dalla cagnara quotidiana del sensazionalismo e dell'opinionismo giornalistici quegli elementi di essenziale e provata verità che definiscono il ruolo storico di un personaggio. Se dovessimo ogni volta giustificare proposizioni del tipo: “Hitler è stato il più grande criminale di guerra di tutti i tempi”, la memoria storica degenererebbe in una rapsodia caotica e capricciosa e, semplicemente, non sarebbe più possibile.
Non è la Storia a dover rendere conto a noi, bensì siamo noi a dover fare i conti con la Storia.
La prossima volta, fateci caso.
 
Teschio Amletico


martedì 19 febbraio 2013

IL PAPA-MOLLA

Il papa mentre si scioglie dinnanzi ai fedeli.
(Difficoltà: 2,3/5)

Dopo le dimissioni del papa, i giornali e gli opinionisti fanno a gara sul sottolineare che si tratta di una scelta “coraggiosa”. Come sempre in un paese piegato da decenni di “cultura” berlusconiana, la strategia del totale rovesciamento della realtà non risparmia niente e nessuno. Il fatto stesso che l'attributo "coraggioso" associato alla scelta del papa si sia ripetuto come un mantra immediatamente a partire dalla ricezione delle agenzie, non può non mettere all'erta le coscienze civicamente più sveglie. Il refrain mantristico di singole parole è una particolare strategia di ogni circuito informativo linguainbocca al potere politico e non. Lo scopo: esorcizzare una semplice verità attestandone l'esatto contrario.


Il Papa Molla la Croce

Le ragioni dell'abbandono del papa sono abbastanza inessenziali. Sia che si tratti di un problema di salute, sia che si tratti di un “gettare la spugna” di fronte agli scandali, ai veti incrociati, ai ricatti, ai complotti papicidi (articolo del Fatto), insomma a tutto quell'humus di corruzione e vizio che è il precipitato della dominante direttrice temporalistica dell'agire della chiesa cattolica, poco importa: l'abbandono non è pratica che si addice a un papa. Perchè? Per un semplice sillogismo: 1) il papa è il rappresentante di Cristo in terra, la massima autorità morale e religiosa a guida della Chiesa; 2) la Chiesa ha la missione di preservare l'umanità dal peccato nella fede in attesa del giudizio universale; 3) (ERGO) se il papa abbandona il suo ruolo, egli abbandona la Chiesa, e quindi l'umanità, al suo destino di peccato. Sia che non se la sentisse più fisicamente, sia che abbia ceduto al ricatto dei notabili di una Ecclesia impelagata nelle sue trame di potere e nella messa sotto coperta di scandali inconfessabili, un papa che molla il timone della chiesa di Pietro è come un Cristo che, sceso dalla croce, esclama a chi ha creduto in lui: “Ma chi me lo fa fare?” Se la risposta a questa domanda è (naturalmente!): “Dio”, allora si può inferire che nel fare ciò il papa rinnega Dio medesimo. Ogni ruolo ha le sue responsabilità, in ragione della sua importanza: la maggior responsabilità di un papa è quella di accettare il martirio (cioè l'arte, tanto cara alla Chiesa, di morire combattendo per la purezza della fede) quando le circostanze mondane lo richiedano.


Il Totale Rovesciamento della Realtà

Inutile girarci attorno, perchè già l'aveva capito Debord: l'Italia (il paese della politica mafiosizzata e della mafia politicizzata) è l'emblema della spettacolarizzazione della vita pubblica (cfr. “Commentari su 'La Società dello Spettacolo'”, 1988, par. IV): tutto è falso, mistificato, nascosto, imbellito, recitato, rettificato ecc. Nessuna dichiarazione pubblica può essere presa come definitiva perchè tutto può essere meglio precisato, ritrattato, corrotto nel suo contrario, e ogni posizione può essere invertita, condizionata, ribaltonata, ecc. E' l'imprevedibilità del clown, l'astratta assenza di contorni del mimo, il funambolismo del santimbalco da circo. Niente vi si sottrae: la politica, l'informazione, la giustizia, la spiritualità religiosa ecc. Quando due di questi elementi si uniscono, poi, è l'apoteosi. Questo capita abitualmente quando l'informazione amplifica l'abissale inserietà della sfera pubblica, aggiungendovi di suo. Capita così che un comandante che abbandona le sue truppe ai capricci viziosi e colpevoli di un sottotenentato blasfemo e corrotto che butta a mare le voci libere, fa la cresta sulle provviste e relega i virtuosi alla distribuzione della sbobba, si becchi pure del “capitan coraggioso”. Secondo quali arcani criteri Ratzinger avrebbe fatto un gesto “coraggioso”? Pressocchè tutti l'hanno detto, ma guarda caso nessuno ha saputo spiegare il perchè e il come. Chè si aggiungono pure i giornalisti adesso a sviscerare misteri della fede incomprensibili alla logica umana ma chiarissimi all'intelletto della Provvidenza? Se il “gran rifiuto” di Ratzinger è un "atto di coraggio", allora ciò varrà anche per il comandante Schettino, e lo spettacolo aggiungerà al suo palmarès un nuovo decisivo trionfo.
Vogliamo un papa donna....forse


martedì 12 febbraio 2013

IL CONCETTO DI "PROVOCAZIONE" TRA PARACULAGGINE E RACKET

 (Difficoltà: 3,1/5)

Ah, giusto! Poi c'è QUEST'ALTRO tipo di provocazione...“Era solo una provocazione” è una frase che sentiamo spesso detta dai nostri politici ai giornali o in occasioni pubbliche. Di solito viene utilizzata, questa frase, come riparo e rettifica di qualcosa di maldestro e inopportuno detto in precedenza, e che potrebbe esporre a una salatissima querela o a un calo di consensi. E' diventata, insomma, un modo per tentare di relegare veri e propri obbrobri o insulti al rango di espediente retorico per attirare l'attenzione su un problema, come se l'inaccorta uscita fosse nient'altro che un elemento del dibattito politico.


Cos'è Veramente la Provocazione?

In realtà, la “provocazione”, quella vera, è se vogliamo un artifizio retorico che mira a presentare all'interlocutore le estreme conseguenze e somme di quanto da lui detto, enunciate in modo volutamente paradossale. Per esempio, se la Lega affermasse (ipotesi tutt'altro che peregrina) che gli extracomunitari devono essere sottoposti a pene più severe per disincentivare una loro “più naturale tendenza a delinquere”, e un oppositore politico rispondesse: “Allora se già sappiamo che delinqueranno, mettiamoli tutti e quanti in galera preventivamente”, questa è una provocazione. Essa serve a smascherare il carattere razzista della proposta della Lega, celato dietro il velo di una normale proposta politica. Nel porre le estreme conseguenze di un ragionamento, in realtà ci si avvicina a quelle che sono le reali intenzioni del proponente la legge. La provocazione svolge un'opera di verità che penetra più a fondo di ogni possibile analisi logica e letterale.
La differenza tra provocazione “buona” e provocazione “cattiva” sta nell'assenza, nel primo caso, di un carattere letterale di quanto si dice. Certo ciò dipende anche da chi lo dice: quest'ultima stessa affermazione in bocca a un'esponente leghista potrebbe essere presa sul serio, cioè letteralmente.
Ma passiamo a descrivere in dettaglio le due versioni di provocazione “cattiva".



1) La “Provocazione” come Pretesto: “Era solo una Provocazione”

Per l'esempio opposto, si può guardare a Berlusconi. Nel giugno del 2012, B. azzardava l'ipotesi di un'uscita dall' euro (qui un'articolo). Di fronte alle prevedibili reazioni negative da parte politica (Casini: “Se la volonta' del Pdl e' uscire dall'euro, Berlusconi lasci anche il Ppe. Non si puo' stare in una casa e sostenere le idee esattamente contrarie") ma, c'è da scommetterlo, anche nei sondaggi, ecco il dietrofront: “Era solo una provocazione”: B. in realtà auspicava quell'unità politica europea che scongiurerebbe proprio l'uscita dall'euro. Ipotizzare che B. intendesse qui applicare una “provocazione” secondo il modello virtuoso che io ho descritto, significherebbe ammettere che a B. freghi qualcosa dell'unità politica europea come progetto internazionale di lungo corso: una troppo generosa concessione per un politico che vive da decenni nell'immediatezza dei suoi livori e appetiti, e nella temporalità brevilinee e spasmodica che costerna il suo status di homo economicus (i conti delle sue aziende) e di homo criminalis (i conti con la giustizia).

2) La “Provocazione” come Ricatto: il Racket Mafioso entra in Parlamento

Ma la provocazione può anche non essere semplicemente un'etichetta appiccicabile post factum per scopi di rettifica. Può anche assumere la forma di un'esca lanciata nel mare della vita politica e istituzionale, che è fatta anche di compromessi, sempre interpretati dalla volgarità berlusconiana come “scambi”. Un caposaldo della strategia politico-comunicativa di B. è quello di “sparare” dichiarazioni per vedere l'effetto che fa. Ciò vale sia nei confronti dell'elettorato (per cui poi le reazioni si registrano nei sondaggi), sia nei confronti delle altre parti politiche in seno alla trattativa politico-parlamentare per la risoluzione legislativa dei suoi problemi giudiziari e la messa a frutto dei suoi conflitti di interessi. Su quest'ultimo versante, la strategia è la seguente: se lui ha in mente di ottenere 50, spara per ottenere 100 e, se tutto va bene, può pure ottenere 80, cioè più dell'obiettivo che si era prefisso inizialmente. Inutile precisare che in anni di falsa opposizione da parte del “PdmenoElle” (Grillo), questo si è verificato più di qualche volta. In particolare in tema di giustizia, B. ha più volte posto i magistrati e il sistema della giustizia in generale, e quindi l'intero paese, di fronte alla prospettiva di una paralisi totale per via legislativa costringendo le parti politiche (e i magistrati stessi, non di rado intimiditi) a concessioni facenti capo alle sue pendenze processuali. Nel 2008, B. minacciava un taglio del 40% dei fondi alla giustizia, la riduzione dello stipendio ai magistrati, l'abolizione delle intercettazioni e la cancellazione di 100.000 processi, se non si fosse approvato il cosiddetto Lodo Alfano. E' la stessa logica del “racket” criminale, denominata per l'occasione “dialogo”, come spiega qui Travaglio.


Conclusione
Per riassumere, la versione inautentica di provocazione può rispondere a due diverse esigenze:
1) riparare una gaffe, una dichiarazione avventata e arrischiata, per evitare querele e cali nel consenso politico.
2) Saggiare il mercato elettorale e la disponibilità a compromessi dei vari attori politici e istituzionali.

La comprensione delle varie distinzioni interne al concetto di “provocazione” può essere per noi uno strumento in più nell'impegno di decifrazione delle reali intenzioni dell'agire politico, a beneficio di una scelta di voto più cosciente. 

Provocation

giovedì 7 febbraio 2013

CANCR'ELETTROMAGNETICO

Torre di telefonia cellulare
(Difficoltà: 2,2/5)

Il cancro ha assunto nell'era contemporanea uno status epidemico. Il cancro può avere due cause: cause genetiche e cause ambientali. In realtà, come è ovvio che sia, queste cause interagiscono in una maniera che è tutt'ora oggetto di studio. Ma è provato che il fattore genetico incide per un 5-8% sulla casistica dei tumori, mentre il restante 92-95% è lasciato a stile di vita e fattori ambientali (vedi).


Fattori Ambientali nella Genesi del Cancro

Ma quali sono le “cause ambientali” che ho citato? L'incidenza di cattive abitudini alimentari è un fatto assodato, così come lo sono gli stili di vita poco riguardosi per la salute. Dell'inquinamento atmosferico molto si è detto, e a ragione. Quest'ultimo fattore non sembra però essere prominente, a differenza di quanto si crede. Non è forse vero a rigor di logica che, se così fosse, quello al polmone sarebbe di gran lunga la forma di cancro più frequente? Dopo tutto, lo smog è qualcosa che si respira e quindi interessa il sistema respiratorio nella maniera più diretta, e i polmoni stessi non sono un organo più resistente di altri, semmai il contrario, verrebbe da sottolineare, data la loro consistenza molle e “spugnosa”. Molteplici ricerche evidenziano all'opposto che, di fatto, più del 90% dei casi di cancro al polmone interessa fumatori, e che se non esistesse l'abitudine del fumo questa forma di cancro inciderebbe in misura minimale sulla casistica generale (vedi).
A mio avviso, è allora altrove che vanno ricercate le cause principali del cancro. Se la difficoltà di curare il cancro è da imputare alla sua natura di malattia genetica e cronico-degenerativa, la difficoltà nel prevenirlo sta nella mancata individuazione di alcune delle cause principali per le quali si manifesta. La ricerca, nel suo eterno dibattersi tra lo scopo nobile della salvaguardia della salute pubblica e l'ossequio a soggetti portatori di interessi economici, non potrà sottrarsi a lungo alle sollecitazioni della realtà.
La conlusione che mi azzardo ad avanzare è: l'inquinamento elettrico ed elettromagnetico, detti anche “elettrosmog”, sono (o saranno a breve) la causa principale della maggior parte dei casi di cancro. Ciò significa che, messo da parte questo fattore, il cancro rimarrebbe presente e incurabile, certo, ma si circoscriverebbe a un numero relativamente esiguo di casi per i quali l'etiologia è già ampiamente nota. 


Campi Elettrici e Campi Elettromagnetici

Il campo elettrico alternato (AC) è qualcosa che non esiste in natura. Per contro, la terra possiede naturalmente un campo magnetico (è quello che fa funzionare la bussola), ma questo subisce però l'accrescimento e l'ingerenza delle onde emesse da tutte le apparecchiature di trasmissione a distanza (radar, elettrodotti, stazioni radio-base, impianti di diffusione televisiva, ponti radio, sistemi wifi pubblici, locali e privati, ecc.) (Cfr.)
Il cancro era una volta un evento raro, ma con l'età moderna le cose sono cambiate. Per colpa dell'industrializzazione, certo, ma – e questo tocca il succo del mio discorso – anche e soprattutto per l'“elettrificazione” nella quale è incorsa la vita di ognuno, con l'ingresso degli elettrodomestici nella casa. Ne consegue che, per la maggior parte di noi, il maggior pericolo per la salute proviene proprio dal luogo che riteniamo più sacro e più sicuro: l'ambiente domestico. La casa è il luogo nel quale passiamo la maggior parte del nostro tempo. Ancor più significativamente, esso è il luogo nel quale trascorriamo le ore del nostro sonno, e si sa che ogni essere vivente è più vulnerabile mentre dorme, in quanto il sonno costituisce una fase essenziale per la rigenerazione del sistema immunitario e per il ricupero psico-fisico dallo stress subito durante la giornata.
Dato l'utilizzo ubiquo del telefono cellulare, si può dire che, mentre il cancro è il male del nostro tempo, il tumore al cervello in particolare sarà prevedibilmente il male del futuro. L'inquinamento industriale o da auto è diventato ormai (o diventerà) un problema relativo, in senso quantitativo (perchè non sarà la causa principale del tumore, se mai lo è stato), e in senso geografico (può essere un problema eminente in Cina o a Milano, ma non nella maggior parte dei territori abitati). 


Conservatorismo Suicida

L'atteggiamento dell'uomo della strada di fronte al tentativo di sensibilizzarlo su queste questioni è ormai conosciuto, e si riassume nella consueta frase: “Ma se stai a pensare a tutto...” Sopraffatto psicologicamente dai molteplici attacchi alla salute portatigli dall'età tecnologica e post-industriale, l'uomo della strada sceglie il disimpegno, anche se ne va del bene più prezioso. Cioè: il suo rifiuto di “pensare a tutto” non implica, come parrebbe di evincere, la disponibilità a operare una selezione. A fronte di questo “tutto” c'è il nulla, perchè la frase in questione si applicherà, senza nulla escludere, a ogni singola minaccia alla salute lo si inviti a considerare: il fumo, l'alcol, i cibi sofisticati, il rivestimento plastificato del Tetrapack, i miasmi di un'adiacente fabbrica di solfuri, l'esposizione prolungata a una torre di telefonia cellulare ecc.
Quella attuata dall'uomo della strada è una forma di difesa dello status quo, a testimonianza di quanto il conservatorismo (come il progressismo) non sia un fatto eminentemente politico, ma un qualcosa che parte dal basso e viene solo recepito dalla politica. Ogni cambiamento, più o meno radicale, è percepito dall'uomo comune come troppo difficile o scarsamente conveniente. Tutto appare troppo radicato, in particolare le proprie abitudini, perchè valga la pena cambiare. In politica quueto atteggiamento causa un lento declino del Paese, ma nella vita personale esso può condurre lentamente alla malattia e alla morte.


Conclusione

Il cancro non è una piaga divina come le cavallette della Bibbia, ma un fatto che ha sempre una spiegazione plausibile. Sta a ognuno di noi attrezzarsi per superare le Colonne d'Ercole dell'ignoranza e dell'indifferenza, alla scoperta della conoscenza più lieta: quella che ci può salvare la vita.
In Internet molte sono le risorse che istruiscono sulla prevenzione degli effetti dell'esposizione a campi elettrici ed elettromagnetici. Da molti di essi, si comprenderà che bisogna partira dal nostro ambiente domestico e in particolare dalla stanza da letto. Qui un esempio. 

Wi-Bye



martedì 29 gennaio 2013

ITALIANI POPOLO CRAPULONE E CANTERINO


(Difficoltà: 2,4/5)

Le innumerevoli trasmissioni di cucina – e il successo che riscontrano – ci dicono una cosa sola: che  gli italiani sono un popolo crapulone.
Le innumerevoli trasmissioni di talenti del canto – e il successo che riscontrano – ci dicono invece che gli italiani sono un popolo canterino.


Un'arte "consumabile" è un ossimoro

Io posso comprendere il fascino dell'arte culinaria, non fosse altro che le pietanze non sono fatte per essere esibite in un museo, ma per essere consumate. La cucina è quindi un'arte solo impropriamente definita tale: non si conosce un'arte che contraddica a tal punto la sua missione da porsi al servizio della voracità consumistica del proprio tempo, ove il termine “voracità” è per una volta usato nel suo significato letterale. Il pisciatoio di Duchamp manteneva il suo stato di oggetto artistico, nonostante la sua quotidianità esibita in un eccesso provocatorio, proprio in quanto si supponeva che nessuno dovesse più da quel momento farne un uso per così dire “tradizionale”.


"Belle voci" e "grandi fiati"

Posso anche comprendere il fascino dell'arte canora, non fosse altro che il canto è per così dire un'arte priva di talento, nel senso che uno una bella voce se la trova come un dono già dato, e che al limite necessita solo di essere coltivato. Diverso sarebbe se la voce fosse uno strumento al servizio di uno spirito compositivo e creativo, invece che semplicemente interpretativo. Inoltre, fa sempre capolino l'equivoco della confusione tra “bella voce” e “gran fiato”. Molte di quelle che vengono elogiate come delle grandi voci sono in realtà delle/dei grandi urlatrici/urlatori. La maggior parte di chi si esibisce in gare canore amatoriali o a Sanremo ha in realtà una voce mediocre, indistinta e indistinguibile, per timbro e personalità, da mille altre. Tutto si riduce in soldoni a chi urla più forte. Se invece si ha un minimo di gusto uditivo risulterà facile distinguere fra una voce come quella di Tiziano Ferro (bella e innegabilmente unica) e quella di una cantante come Giorgia (impersonale, affettata, manierata, potente ma mediocre).

Conclusione polemica (e non potrebbe essere altrimenti)

Eppurtuttavia, i telespettatori italici si crogiolano nei loro passatempi culinario-canori con una solerzia e una instancabilità a loro modo ammirevoli. Il tutto mentre fuori dai loro salotti le mafie divorano ogni giorno pezzi di giurisdizione e di economia reale, e il debito del nostro Stato tocca i duemila miliardi di euro.
Gli italiani si avvicinano alla celebrazione della loro Ultima Cena, e all'intonazione del loro Canto del Cigno. Lo facessero almeno con un minimo di dignità...

L'Immaturo Vendicativo si tuffa nella merda

lunedì 21 gennaio 2013

ANIME CANDIDE NEL VILLAGGIO DEI DANNATI

 (Difficoltà: 3.3/5)

Social NetworkSono più d'uno i casi di ragazzi suicidi a causa del cyberbullismo (qui un'esempio) cioè il bullismo praticato fra coetanei utilizzando i social network. Mi sovviene un caso analogo, certo tra i più tristi, di una ragazza che aveva espresso su Facebook la sua intenzione di suicidarsi. Tra le varie reazioni spiccarono quelle di chi non la prese seriamente e se ne prese gioco e di coloro che addirittura la incitarono al gesto. Ora, tutti sanno che, se una persona vuole farla finita, lo fa e basta, e poi al limite spiega le sue ragioni in un messaggio. Se uno invece prende tempo si rivolge a qualcuno manifestando questa sua idea, lo fa apposta per esserne dissuaso e per trovare stimoli e parole di incoraggiamento. Quindi queste persone sono corresponsabili (tutte assieme, e ciascuno per sé), della morte di quella persona che, se i commenti fossero stati diversi, sarebbe ancora viva.
Se consideriamo che questi istigatori al suicidio erano degli “amici 2.0” , si capisce bene l'urgenza di definire bene il concetto di amicizia nell'era digitale.


Quella cosa strana chiamata "amicizia"

Internet non ha inventato nessun male. Semplicemente, esso ha amplificato, per via dell'accessibilità senza barriere di ogni contenuto, fenomeni preesistenti. Ciò vale per la pedofilia, per l'assuefazione sessuale, per la solitudine alienata, per lo stalking, e anche per il bullismo. Non è una differenza di natura, ma di grado, nel senso che questi disdicevoli comportamenti rimangono quelli di sempre nella loro natura, ma internet fornisce mezzi inediti e più potenti per la loro perpetrazione.
La parola amicizia è sempre stata soggetta all'equivoco. Infatti, tutti i tipi di rapporti interpersonali hanno una ragione d'essere che li identifica: il rapporto di lavoro (ragione economica), il rapporto fra sessi/coniugale (ragione sessuale), il rapporto parentale (ragione di sangue/genetica), ecc. Per tutti i rapporti interpersonali, è facile definire la natura sulla base di certi elementi chiaramente individuabili e giustificabili. Per tutti, tranne l'amicizia. Quello di "amicizia" è un concetto oscuro, difficile da fondare (se non ricorrendo al generico concetto di “socialità”, che include pressochè ogni comportamento umano e che spiega tutto e niente). L'amicizia va e viene, spesso senza lasciare tracce. A volte, ci accorgiamo che non era mai nata, che era un'illusione. Altre volte, l'amico ci tradisce, e noi ce ne facciamo facilmente una ragione e passiamo ad altro (anzi, ad altri).
Perchè spesso quella che si crede amicizia altro non è se non semplice “frequentazione”. Questo è un dato di fatto pre-tecnologico. Nell'era dell'internet 2.0, poi, è del tutto normale che questo elemento di incertezza si amplifichi, e che il concetto di amicizia si sovrappunga sempre più con quello, appunto, di “frequentazione”. In questo senso, può benissimo essere rimpiazzata dai social network. Verrà il momento – e in parte ciò è già cosa fatta – nel quale l'amicizia reale e quella digitale non saranno più distinguibili, se non per il contatto fisico, che però si riduce a singole parti di una realtà, esteriori ed eterogenne rispetto all'essenza dell'amicizia, che si deposita nella persona (es.: mi incontro con l'amico “fisicamente” perchè mi deve dare un libro; mi incontro con gli amici al bar perchè è un'occasione per bere, o perchè mi piace il locale ecc.) In un certo senso, l'amicizia “reale” sarà sempre irriducibile a quella digitale, ma solo per elementi che si potrebbero definire “di contorno”. 


La rivincita del reale

Ma non intendo qui sottovalutare l'importanza di una frequentazione fisica dell'altro. La comunicazione scritta (quindi a distanza) ha dei suoi limiti:
  1. Innanzitutto, per quanto la si possa semplificare, popolarizzare e sottoporre a una traslitterazione dal parlato, la comunicazione scritta sottosta sempre a un criterio di codificazione. La sua codificazione si identifica innanzitutto con il semplice fatto che la comunicazione scritta poggia su una convenzionalità fatta di simboli e regole grammaticali. Ma la codificazione pertiene anche – fatto, questo, un po' più complesso - a una tradizione culturale, che le dà regole di condotta che non trovano applicazione nella comunicazione orale. Ci sono cose che, se nella comunicazione orale hanno una loro collocazione e senso, nella comunicazione scritta possono risultare incerte, inopportune o addirittura fonte di gravi equivoci. Purtroppo, la larghissima (e crescente) diffusione di Facebook fa sì che il numero di utenti che hanno a disposizione questi strumenti culturali si assotigli sempre di più a vantaggio di chi non ne dispone. Ne consegue che lo scarto fra parola scritta e parola parlata si riduce sempre di più, e ognuno tende a scrivere “come parla”. Ma ciò non è cosa buona, perchè la comunicazione scritta deve necessariamente sottostare a un registro relativamente alto, e ciò indipendentemente dal mezzo che la veicola. Infatti, essa deve far fronte a deficienze irrecuperabili della stessa, che sono in pari tempo le virtù di un contatto reale con l'altro (la presenza reale, vedi punto seguente). Questa “superiorità” della parola scritta non esprime snobismo intellettuale, ma semmai l'esatto contrario: sensibilità orientata al rispetto della persona.
  2. La comunicazione scritta non ammette la presenza reale, e quindi il veicolo comunicativo del corpo. Gli “emoticons” sopperiscono in parte a questa mancanza, stilizzando l'intenzione emotiva che sta dietro un pronunciamento. In questo modo, la portata di una frase come: “Sei proprio da rinchiudere” cambia radicalmente se accompagnata o meno, per esempio, da una faccina che sorride. Ma, naturalmente, questi espedienti grafici non bastano a sostituire le infinite sfumature dell'espressività facciale, della gestualità corporea della persona, del tono di voce ecc. 
  3. Laddove ciò che si dice può essere relativizzato al momento in cui lo si dice (un insulto può essere uno sfogo irriflesso di cui poi ci si pente), la parola scritta è fatta per rimanere e per lasciare un'impressione duratura e definitiva. Laddove è pratica comune quella di leggere e rileggere il messaggio prima di postarlo, capita al contrario con molta meno frequenza che ci si fermi a riflettere su ciò che si sta per dire, quando si parla con qualcuno vis à vis. Questo accade perchè ognuno di noi sa d'istinto che la parola scritta “pesa” più di quella parlata. 

Il villano globale

In conclusione, lo strumento dei social network non va demonizzato. La loro "colpa", a ben vedere, è quella di aver polarizzato la comunicazione sulla scrittura, cosa peraltro salutata da molti esperti dell'educazione come un fatto positivo. Ma finchè non si comprenderà che la comunicazione scritta è diversa da quella orale e richiede un surplus di senso di responsabilità e di sensibilità culturale, la rivoluzione 2.0 avrà sempre più difficoltà a distinguersi dal “villaggio globale” entusiasticamente teorizzato dal sociologo McLuhan. Ed è bene dire che anche McLuhan era stato costretto a rivedere in un secondo tempo le sue posizioni d'origine: il "villaggio globale" determinato dalla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, lungi dalla "società aperta" che era stata auspicata e preconizzata, si sarebbe rivelato essere piuttosto la globalizzazione degli aspetti più deteriori della socialità del tipico villaggio, nel quale tutti conoscono tutti, e nel quale la fanno da padroni la chiacchiera maligna e capricciosa, il conformismo soffocante, l'esclusivismo bigotto e il cameratismo da galera. Tutte cose che possono spingere un'anima candida al martirio.

The Global Village

sabato 12 gennaio 2013

UDIENZA DEL SANTO PAPI

Ho avuto modo di definire la recente puntata di “Servizio Pubblico” con ospite Berlusconi una sciagura. Qui intendo articolare meglio questo mio giudizio, senza impuntarmi sul singolo evento, bensì deducendo, più o meno esplicitandoli, alcuni elementi e alcuni giudizi (temo conclusivi) sul ruolo di un certo giornalismo di contestazione.
Nella lunga vigilia di questa sfida televisiva, da più parti si era levata l'obiezione che l'invito di Berlusconi alla trasmissione di Santoro avrebbe giovato a un leader ormai decaduto, ma mai morto, qual è il plurinquisito frequentatore di minorenni. Questo si è puntualmente verificato, ma in una modalità solo apparentemente paradossale: Berlusconi ha vinto perdendo, mentre Santoro ha perso vincendo. 


Dal lato di Berlusconi
Come si era anticipato, Berlusconi ha dovuto parare i colpi di una critica imparabile, perchè tutto di quello che è stato detto contro di lui era vero. Tuttavia, Berlusconi non può perdere in questi confronti, e non, come si dice di solito piuttosto scioccamente, per la sua supposta maestria nella comunicazione televisiva: se le telecamere fossero state spente, l'esito sarebbe stato il medesimo. Berlusconi vince perchè, anche se si fa affossare dalle critiche, fa la figura del martire, del Cristo ignudo che affronta i dieci centurioni armati di daga. Naturalmente, la cosa va geograficamente contestualizzata: in altri paesi che non sono l'Italia tali critiche distruggerebbero chiunque per sempre e le menzogne infognerebbero ancora di più chi le pronuncia a propria difesa, invece di seminare dubbi. In Italia, invece, 20 anni di vittimismo berlusconiano e di giornalismo compiacente hanno creato una situazione per la quale questo anziano poco di buono, quando non affascina in un'esibizione di ricchezza e di potere, commuove e impietosisce attraverso la mitologia dell'uno contro tutti (la Magistratura, la Sinistra, la Stampa, l'invidia di Confindustria ecc.). Insomma, o l'uomo solo al comando o l'uomo solo contro tutti: in entrambi i casi, ad ogni confronto B. parte con un bonus di approvazione il più delle volte decisivo.
Purtroppo invece, B. le critiche-accuse di solito le controbatte efficacemente. Questa efficacia, va da sé, non dipende dal merito: le critiche che dipingono B. come un governante inetto e come un imprenditore evasore e allacciato alla mafia sono probanti o comunque giustificate. L'efficacia riposa tutta piuttosto nell'aspetto emotivo. E' purtroppo un difetto strutturale del mezzo televisivo, che nasce come strumento di svago e non dimentica questa suo codice genetico nemmeno quando si confronta con l'informazione. Al pubblico l'unica cosa che interessa è che uno risponda a tono, con sicurezza e fermezza. Al pubblico non interessa il contenuto di ciò che uno dice, e premia con l'alloro della vittoria più colui che racconta balle palesi con convinzione di colui che racconta la logica verità con esitazione e con la fronte perlata di sudore. La televisione è un'arena nella quale anche la cultura e l'informazione sottostanno alle logiche dello spettacolo. 


Dal lato di Santoro 

E Santoro? Santoro ha perso vincendo. Santoro ha usato il pretesto dell'nformazione per perseguire ciò che, da uomo di televisione, più gli interessava: l'audience. Siccome 9 milioni di persone hanno visto quella puntata, Santoro ha vinto. Ma egli ha anche perso, in quanto proprio l'informazione, che particolarmente in questa occasione è stata usata come foglia di fico, è ciò che è andato a fondo. Che elementi di informazione era possibile trarre da un monologo di balle lungo due ore e mezza, e da domande che ripresentavano sempre le solite questioni? Le risposte false a domande vere non fanno informazione, fanno solo confusione. E della confusione beneficia sempre e solo chi è nel torto.
Altri errori imperdonabili per un giornalista esperto come Santoro sono i seguenti:
1) Non mettere un giornalista di destra o filo-berlusconiano fra quelli “schierati” anti-Berlusconi. Questo avrebbe almeno ridimensionato il fattore “epicizzante” del “solo contro tutti”.
2) L'indulgere sui coup de théâtre e sulla spettacolarizzazione. In ciò, Berlusconi è superiore, perchè non sa fare altro. Così facendo, Santoro si è messo a combattere sul campo dell'avversario, e a quel punto qualsiasi cosa si fosse fatta o detta sarebbe stata irrilevante. In particolare:
a) le battutine e il cabaret, come l'insistenza sulle “scuole serali”, e il frequente abbandono di una certa austerità che avrebbe messo Berlusconi in seria difficoltà.
b) il fatto che si siano messe due giornaliste in prima linea sul palco a fare domande: una giovane, l'altra più esperta. Chiaro qui l'intento santoriano di sottolineare il contrasto fra le “donnine” di Berlusconi e le “sue” donne, colte serie e preparate. Il risultato è che la giornalista più giovane, che ricuperava freneticamente domande e dati da un pacco di fogli posato sulle sue ginocchia, appariva una scolaretta alla prova finale, sicura di spaccare il mondo e di fare il colpaccio nello spiazzare B. con la forza della verità, che “non conosce argini”. La giornalista più esperta ha un po' fatto, anche per contrasto, la figura della maestrina un po' petulante.
3) Si è fatto parlare B. come un fiume in piena. I giornalisti presenti, ahimè Travaglio incluso, non hanno ritenuto di prepararsi a dovere anticipando ogni possibile risposta di B. in merito per esempio ai risultati del suo ultimo governo, e hanno forse creduto di poter vivere di rendita dall'eredità di tante passate tramissioni e interventi nei quali questo ed altri argomenti erano stati rispolverati a più non posso. Incalzare B. durante i suoi monologhi sottolineandone contraddizioni e autocontraddizioni gli avrebbe fatto perdere la testa e avrebbe rivelato la sua pochezza di uomo e di politico. Così non essendo stato, B. è uscito vincitore dal confronto soprattutto dal punto di vista della tenuta emotiva.
4) Santoro ha fatto di tutto per avere B. nella sua trasmissione, incluso promettergli che non avrebbe parlato dei suoi processi. Legittimo. Ma siamo sicuri che non abbia anche detto ai suoi giornalisti, eminentemente a Travaglio, di andarci piano e di usare cautela, soprattutto nella prima parte di trasmissione, per non subire lo smacco di un B. che se ne esce anzitempo adirato dallo studio? Il sospetto è più che fondato, se pensiamo che anche Santoro è apparso nei primi minuti di trasmissione piuttosto cauto ed emozionato; poi, verso metà trasmissione, ha rilasciato un po' di tensione attraverso qualche scambio cabarettistico con l'ospite; infine, verso la conclusione, quando ormai il danno preventivabile da una prematura uscita di B. era minimo, l'irato battibecco con B., con annesso invito a “vergognarsi”.
“Servizio Pubblico” è uscito snaturato dal confronto, Berlusconi ne è uscito confermato. Santoro ha vinto come uomo di televisione ma questo non è qualcosa di cui possa gloriarsi, almeno nella misura in cui egli pretenda di essere qualcosa di diverso da Paolo Bonolis o da Carlo Conti. Se le prossime elezioni confermeranno in qualche modo la politica disastrosa degli ultimi 20 anni, anche Santoro dovrà assumersi le sue responsabilità. Da giornalista quale (principalmente) è.