giovedì 14 marzo 2013
lunedì 11 marzo 2013
LA DIPENDENZA COME LA VEDO IO
(Difficoltà: 3,6/5)
Alcuni esperti tendono a restringere il
campo di ciò che può dare dipendenza. Altri invece propendono per
un allargamento dell'ambito (cfr. qui). E' chiaro al senso comune che tutto ciò che dà piacere può dare dipendenza. Questo è parte della
natura umana. Ma se consideriamo l'habitat umano, nella fattispecie i
condizionamenti sociali e l'operare delle multinazionali, allora
il campo si allarga ancora di più. Infatti: la sigaretta è fra le
cose che più danno dipendenza, eppure le prime boccate sono per
tutti qualcosa di sgradevole. Lo stesso dicasi per l'alcool: è
impossibile negare che vino, birra e grappa facciano inerentemente
ribrezzo (il gusto dell'amaro è presente in natura per segnalare
qualcosa di potenzialmente velenoso). Eppure molti fumano e bevono:
per effetto del condizionamento sociale (queste attività rendono
“cool”) ma anche delle sofisticazioni dell'industria (l'industria
del tabacco è da sempre accusata di impregnare le sigarette di
additivi per aumentare la dipendenza nel consumatore). Quindi c'è
qualcosa che dà dipendenza “naturalmente”, perchè è buono ai
sensi umani, e questo rientra nell'istinto di conservazione o
procreazione (cibo, sesso ecc.). Ma c'è anche qualcosa che dà
dipendenza per via più o meno artificiosa e artificiale, che ripugna
ai sensi, e che fa leva sull'istinto di morte e di autodistruzione.
Alcuni esperti tendono a restringere il
campo di ciò che può dare dipendenza. Altri invece propendono per
un allargamento dell'ambito (cfr. qui). E' chiaro al senso comune che tutto ciò che dà piacere può dare dipendenza. Questo è parte della
natura umana. Ma se consideriamo l'habitat umano, nella fattispecie i
condizionamenti sociali e l'operare delle multinazionali, allora
il campo si allarga ancora di più. Infatti: la sigaretta è fra le
cose che più danno dipendenza, eppure le prime boccate sono per
tutti qualcosa di sgradevole. Lo stesso dicasi per l'alcool: è
impossibile negare che vino, birra e grappa facciano inerentemente
ribrezzo (il gusto dell'amaro è presente in natura per segnalare
qualcosa di potenzialmente velenoso). Eppure molti fumano e bevono:
per effetto del condizionamento sociale (queste attività rendono
“cool”) ma anche delle sofisticazioni dell'industria (l'industria
del tabacco è da sempre accusata di impregnare le sigarette di
additivi per aumentare la dipendenza nel consumatore). Quindi c'è
qualcosa che dà dipendenza “naturalmente”, perchè è buono ai
sensi umani, e questo rientra nell'istinto di conservazione o
procreazione (cibo, sesso ecc.). Ma c'è anche qualcosa che dà
dipendenza per via più o meno artificiosa e artificiale, che ripugna
ai sensi, e che fa leva sull'istinto di morte e di autodistruzione.
Piacere irrisolto, dovere incompiuto
La distinzione fra la dipendenza da
cose che si consumano e i comportamenti che configurano una
behavioral addiction, è
più qualcosa di accademico che di reale. Anche il consumo del cibo
assume, varcata la soglia della normale fisiologia, un tratto
compulsivo che sposta il fulcro del problema dalla materia (il cibo)
al gesto (l'atto di abbuffarsi): il bulimico si ingozza di un cibo
che non vuole veramente, e che poi espelle con il vomito. Verrebbe da
chiedersi se l'intero fenomeno della dipendenza non si esaurisca in
fondo nel punto in cui la dimensione fisiologica trapassa in una
dimensione comportamentale. Sta di fatto che la dimensione compulsiva
del gesto ridimensiona di molto il piacere che si può ricavare
dall'atto fisiologico: atti come l'alimentarsi, l'avere sesso, la
comunicazione (social network) o il gioco (videogiochi, videopoker)
possono diventare coazione a ripetere, riflessi semi-condizionati che
vengono eseguiti quasi in trance e che si travestono paradossalmente
da senso del dovere.
Sono
del resto gli studi sulla dipendenza a farci propendere per una
teorizzazione olistica della stessa: tutto può dare dipendenza, se
ripetuto a sufficienza. Quando non sussiste l'elemento del piacere,
c'è pur sempre il “senso del dovere” a giustificare l'atto
coattivo. A tutti è capitato di sorprendersi a pensare di aver fatto
il proprio dovere dopo aver ingurgitato l'ultimo bicchierino della
giornata, o aver fumato l'ultima sigaretta, o aver fatto l'ultimo
post su Facebook, o aver completato l'ultima partita a Tetris o a
Buzzword. La frequenza patologica di queste e altre attività da un
lato toglie loro quasi ogni piacere; dall'altra, la stessa coazione a
ripetere fa percepire l'attività come un dovere da espletare. Il
piacere si identifica con il dovere in modo tale che il primo viene
tolto di mezzo e il secondo è fin dal principio e per natura
completamente falsato. Il dovere è dato dall'inseguimento di un
piacere che non si può afferrare, quindi anche il dovere non è
espletabile. Alla frustrazione fisica di un piacere irraggiungibile
si aggiunge quindi la frustrazione morale (anzi pseudo-morale) di un
dovere costitutivamente inespletabile.
Conclusione
Io
penso che ognuno di noi dovrebbe interrogarsi sulle eventuali fonti
di dipendenza (che possono essere le più impensabili e disparate)
nella propria vita e farsi domande come: perchè sto facendo questo?
Mi dà veramente piacere? Qual è la mia “dose” di tolleranza
oltre la quale il piacere lascia il posto a una ripetitività vacua e
compulsiva? La soddisfazione morale che provo nel fare una cosa trova
la sua giustificazione nella cosa stessa o è mal riposto? Come
abbiamo visto, la consapevolezza morale passa anche attraverso la
consapevolezza del proprio corpo e delle sue pulsioni.
martedì 5 marzo 2013
10MILA COSE CHE MI FANNO INCAZZARE/9990
(Difficoltà: 2,3/5)
Se c'è una cosa che mi fa incazzare
sono i titoli dei libri che si scrivono oggi. Avete presente le
copertine tutte colorate dei libri che aspirano allo status di best
seller? Uno stratagemma grafico per attirare l'attenzione, ovviando
così alla frequente mediocrità del contenuto. Ecco, la nuova
frontiera è quella dei libri con titoli altisonanti, che uno
scorgendoli pensa: “Ma cosa vorrà dire? Aspetta che lo compro per
capirci meglio.” C'era un tempo (pre-consumistico) nel quale
l'autore era sicuro del valore della sua opera e del favore di una
platea vasta. Può darsi che il problema oggi stia nel voler accalappiare
un lettore sempre più distratto, che rischierebbe altrimenti di
sfogare la sua voglia di intrattenimento su altri lidi. Ma il
problema sta proprio nella parola “intrattenimento”, e aimè
copertine psichedeliche e titoli ruffiani sono solo la punta
dell'iceberg di una letteratura che sta esalando gli ultimi e che non
rifugge nessun compromesso con il suo tempo.
Se.Po.Mi: Sigla di una Letteratura allo
Sbando
Ecco alcuni titoli incriminati (con tra
parentesi in corsivo un mio acidulo commento):
"Entra nella mia vita" (basta che sia
chiaro dov'è l'uscita)
"Ogni angelo è tremendo" (Ma vai dove ti
porta il cuore, va!)
"Noi siamo infinito" (mi vien da buttarmi
oltre la siepe)
"Mancarsi" (a fuoco)
"La meraviglia della vita" (stò tizio già pregusta vendite record)
"L'eleganza del riccio" (e l'autore vestì
smoking - fumato)
"La solitudine dei numeri primi" (perchè
così non possono essere secondi a nessuno)
"Il cacciatore di aquiloni" (almeno: in
zona non faunistico-venatoria? Sai, per la suspence...)
"Un sacchetto di biglie" (quelle del mio
già si stanno rompendo)
"Il colore del latte" (alle ginocchia)
"Il colore del latte" (alle ginocchia)
"Ti prego, lasciati odiare" (… che si
sta facendo tardi)
"Al di là di te" (storia di uno che
stava sempre in mezzo ai piedi)
"Un mare di silenzio" (poesia allo sfatto
puro)
"Sia fatta la tua volontà" (anche perchè se dovessi fare la mia...)
"Vite che non sono la mia" (un po'
dispersivo, non ti pare?)
"Fai bei sogni" (vai tranquillo, già mi
sto addormentando)
"La piramide del caffè" (proprio adesso
che stavo facendo bei sogni...)
"Il diario di velluto cremisi" (che
sicuramente vale di più di quel che c'è scritto dentro)
"Se ti abbraccio non aver paura" (quella
cosa dura che senti è solo la versione tascabile di questo libro)
"Bianca come il latte, rosso come il
sangue" (nero come la noia)
"Nessuno sa di noi" (che l'ignoranza
continui)
"Il suo nome è passione" (piacere il mio
è Gringo)
"Tenera è la notte" (che si taglia con
un grissin)
Cosa si evince da questo campione di
titoli da me proposto? Che la circonvenzione del potenziale lettore a
partire dall'elaborazione del titolo si basa sull'impiego di tre
categorie:
- Sensazionalismo
- Poetismo
- Minimalismo
Le tre categorie si mescolano l'una con
l'altra. Per esempio, minimalismo e poetismo si usano per creare
sensazione, la poesia si appoggia a sua volta spesso su un
minimalismo impressionistico (poetica del quotidiano, intimismo
spicciolo ecc.) Essendo il minimalismo spesso una caratteristica del
pensiero femminile, sembrerebbe di poter concludere che lo sviluppo
descritto sia dovuto all'ingresso dirompente delle donne nel mondo
della narrativa, ma questa ipotesi va a solo beneficio di uno studio
della genesi del fenomeno, dal momento che ormai la tendenza è
trasversale tra i due sessi.
Si Stava Meglio Quando Si Stava Meglio
Purtroppo, l'unica categoria di cui ci
sarebbe bisogno è quella del descrittivismo. Tutti i più
grandi romanzi della storia dichiarano il loro contenuto già nel
titolo, in modo più o meno inequivocabile. Un tempo si scriveva il
romanzo, e poi prima di mandarlo in stampa si tirava fuori un titolo
essenziale. Oggi quando si formula un titolo accattivante si è già a metà
dell'opera, e il titolo è un artificio fine a se stesso, che non
anticipa nulla nell'immaginazione del potenziale lettore, nessuna indizio di dramatis personae o di topologia narrativa (dove si colloca il romanzo, se è dramma o avventura o commedia ecc.), insomma nessun contenuto
definito, anche perchè spesso il libro stesso ne è sprovvisto. La
scelta di un titolo che strizza l'occhio alla sensazione, alla poesia
o al minimalismo impressionistico è qualcosa di solo apparentemente
innocente, in quanto il libro intero diventa prigioniero del titolo,
e si riduce spesso ad essere un'accozzaglia di vaghezze poetiche,
pateticamente affettata e succube dei manierismi del marketing
letterario. Mira troppo spesso non a descrivere, ma a evocare.
Evocare cosa? Qui sta il problema: si abdica alla solidità
dell'impianto narrativo, alla storia, a favore di voli pindarici
sentimentali e intimistici, dove il rapporto con la realtà ha senso
solo quando può appunto permettere siffatti voli. La profondità
dell'introspezione, quando è staccata dalla realtà, è solo una
finzione, una “profondità di superficie”. Quand'anche il libro avesse
una storia appassionante, vissuta ecc., il titolo non renderebbe a ciò
giustizia.
Si confrontino ora i titoli sopra indicati
con quelli di questi classici della letteratura mondiale:
"I Fratelli Karamazov"
"L'amante di Lady Chatterley"
"Il Conte di Montecristo"
"Il Fu Mattia Pascal"
"I Miserabili"
"Faust"
"Il maestro e Margherita"
"L'idiota"
"Anna Karenina"
"La coscienza di Zeno"
"Tutti i racconti del mistero,
dell'incubo e del terrore"
"Il grande Gatsby"
"Il giro del mondo in ottanta giorni"
"Il ritratto di Dorian Gray"
"L'isola misteriosa"
"Il dott. Jekyll e mister Hyde"
e si noterà la differenza fra cattiva
e buona letteratura. Già a partire dal titolo. Un bel risparmio di
tempo, no?
martedì 26 febbraio 2013
"IL RICATTO MORALE DELL'ESEMPIO"
(Difficoltà: 2,1/5)
Se c'è una cosa che mi fa incazzare è la frase “Dammi un esempio”, se usata con l'intenzione di invalidare una tua osservazione o critica. Con questo espediente retorico è relativamente facile confutare ogni critica senza far appello a una controcritica di merito, ma semplicemente sfuttando la proverbiale debolezza della memoria umana. Nel momento in cui il soggetto non riesce a dare nessun esempio a corredo della propria dichiarazione, si produce negli ascoltatori la netta sensazione di una mancanza di fondamento della stessa: "Non mi sai dare un esempio? Allora hai detto una falsità".A quel punto - e qualche volta ne siamo testimoni nei talk-show, anche chi ha la ragione dalla sua parte è molto probabile che passi per colui che ha torto.
IL RICATTO MORALE DELL'ESEMPIO
Se c'è una cosa che mi fa incazzare è la frase “Dammi un esempio”, se usata con l'intenzione di invalidare una tua osservazione o critica. Con questo espediente retorico è relativamente facile confutare ogni critica senza far appello a una controcritica di merito, ma semplicemente sfuttando la proverbiale debolezza della memoria umana. Nel momento in cui il soggetto non riesce a dare nessun esempio a corredo della propria dichiarazione, si produce negli ascoltatori la netta sensazione di una mancanza di fondamento della stessa: "Non mi sai dare un esempio? Allora hai detto una falsità".A quel punto - e qualche volta ne siamo testimoni nei talk-show, anche chi ha la ragione dalla sua parte è molto probabile che passi per colui che ha torto.
La debolezza della Memoria Umana
In realtà, ci sono verità talmente
consolidate ed evidenti, che l'invito a illustrarle con esempi
meriterebbe di essere smascherato nel suo fondo di volgare trivialità
e pretestuosità. Se io dico: “Socrate era una brava persona”,
non ho bisogno di corroborare questa mia affermazione con esempi,
perchè la sua verità sta inscritta da secoli nella tradizione
culturale occidentale. Se una persona mi chiede: “Hai un esempio a
prova di quello che dici?” i casi sono 2: 1) non conosce Socrate, e
quindi non può da solo evocare esempi della sua rettitudine,
per cui pecca di ignoranza; 2) sa benissimo che dico il vero, ma
cerca di mettermi in difficoltà per provare che ho torto quando sa
benissimo che ho ragione.
Se io abbocco e mi metto a pensare a
degli esempi, allora è probabile che, sul momento, non mi venga in
mente nulla. Non perchè non sappia, ma perchè la memoria umana è
fatta così: tanti più sono i dati dai quali attingere, tanto più
difficile ci risulta isolarne uno o un paio in particolare. Se ci fosse
solo un singolo motivo, legato a una dichiarazione o a un gesto, per il quale Socrate è riconosciuto come una
persona moralmente retta,
allora la nostra risposta sarebbe repentina e fulminante. Considerato
invece che le prove della rettitudine di Socrate sono molte e
disseminate nei numerosi dialoghi platonici, è probabile che anche
la prova più lampante e concreta ci sfugga: cioè, il fatto che
Socrate abbia scelto di darsi la morte con la cicuta per semplice
rispetto formale verso la legge degli uomini, che l'aveva condannato a morte da innocente.
Storia, Revisionismo e Giornalismo
Per fare l'esempio contrario, se io
dico: "Berlusconi è un delinquente", e mi venisse chiesto di
fornire un esempio a sostegno di questa mia dichiarazione polemica,
io avrei diritto di far rimbalzare l'onere della prova sul mio
interlocutore: mi provi lui che quello che dico è falso, piuttosto di
dover io elucubrare sugli innumerevoli esempi di violazione della
legge e di istituzioni di leggi pro-canaglia offerti dalla lunga
storia di B. come imprenditore e come governante.
Perchè? Non per una forma di stolto pregiudizio ("è così e basta"),
ma perchè viene a un certo punto il momento di depositare agli atti
della memoria collettiva (la “Storia”) delle conclusioni certe e
provate, senza doverle riesumare ogni volta per ritestare il loro
grado di verità, molto spesso per interessi
di parte e di bottega (il cosiddetto “revisionismo storico”). Viene il momento, cioè, di distillare dalla
cagnara quotidiana del sensazionalismo e dell'opinionismo
giornalistici quegli elementi di essenziale e provata verità che
definiscono il ruolo storico di un personaggio. Se dovessimo ogni
volta giustificare proposizioni del tipo: “Hitler è stato il più
grande criminale di guerra di tutti i tempi”, la memoria storica
degenererebbe in una rapsodia caotica e capricciosa e, semplicemente, non sarebbe più possibile.
Non è la Storia a dover rendere conto a noi,
bensì siamo noi a dover fare i conti con la Storia.
La prossima volta, fateci caso.
La prossima volta, fateci caso.
martedì 19 febbraio 2013
IL PAPA-MOLLA
(Difficoltà: 2,3/5)
Dopo le dimissioni del papa, i giornali e gli opinionisti fanno a gara sul sottolineare che si tratta di una scelta “coraggiosa”. Come sempre in un paese piegato da decenni di “cultura” berlusconiana, la strategia del totale rovesciamento della realtà non risparmia niente e nessuno. Il fatto stesso che l'attributo "coraggioso" associato alla scelta del papa si sia ripetuto come un mantra immediatamente a partire dalla ricezione delle agenzie, non può non mettere all'erta le coscienze civicamente più sveglie. Il refrain mantristico di singole parole è una particolare strategia di ogni circuito informativo linguainbocca al potere politico e non. Lo scopo: esorcizzare una semplice verità attestandone l'esatto contrario.
Dopo le dimissioni del papa, i giornali e gli opinionisti fanno a gara sul sottolineare che si tratta di una scelta “coraggiosa”. Come sempre in un paese piegato da decenni di “cultura” berlusconiana, la strategia del totale rovesciamento della realtà non risparmia niente e nessuno. Il fatto stesso che l'attributo "coraggioso" associato alla scelta del papa si sia ripetuto come un mantra immediatamente a partire dalla ricezione delle agenzie, non può non mettere all'erta le coscienze civicamente più sveglie. Il refrain mantristico di singole parole è una particolare strategia di ogni circuito informativo linguainbocca al potere politico e non. Lo scopo: esorcizzare una semplice verità attestandone l'esatto contrario.
Il Papa Molla la Croce
Le ragioni dell'abbandono del papa sono
abbastanza inessenziali. Sia che si tratti di un problema di salute, sia
che si tratti di un “gettare la spugna” di fronte agli scandali,
ai veti incrociati, ai ricatti, ai complotti papicidi (articolo del Fatto), insomma a tutto quell'humus di corruzione e vizio che è il
precipitato della dominante direttrice temporalistica dell'agire
della chiesa cattolica, poco importa: l'abbandono non è pratica che
si addice a un papa. Perchè? Per un semplice sillogismo: 1) il papa
è il rappresentante di Cristo in terra, la massima autorità morale
e religiosa a guida della Chiesa; 2) la Chiesa ha la missione di
preservare l'umanità dal peccato nella fede in attesa del giudizio
universale; 3) (ERGO) se il papa abbandona il suo ruolo, egli
abbandona la Chiesa, e quindi l'umanità, al suo destino di peccato.
Sia che non se la sentisse più fisicamente, sia che abbia ceduto al
ricatto dei notabili di una Ecclesia impelagata nelle sue trame di potere e
nella messa sotto coperta di scandali inconfessabili, un papa che
molla il timone della chiesa di Pietro è come un Cristo che, sceso dalla croce, esclama a
chi ha creduto in lui: “Ma chi me lo fa fare?” Se la risposta a
questa domanda è (naturalmente!): “Dio”, allora si può inferire
che nel fare ciò il papa rinnega Dio medesimo. Ogni ruolo ha le sue
responsabilità, in ragione della sua importanza: la maggior
responsabilità di un papa è quella di accettare il martirio (cioè
l'arte, tanto cara alla Chiesa, di morire combattendo per la purezza
della fede) quando le circostanze mondane lo richiedano.
Il Totale Rovesciamento della Realtà
Inutile girarci attorno, perchè già
l'aveva capito Debord: l'Italia (il paese della politica mafiosizzata
e della mafia politicizzata) è l'emblema della spettacolarizzazione
della vita pubblica (cfr. “Commentari su 'La Società dello Spettacolo'”, 1988, par. IV): tutto è falso, mistificato,
nascosto, imbellito, recitato, rettificato ecc. Nessuna dichiarazione
pubblica può essere presa come definitiva perchè tutto può essere
meglio precisato, ritrattato, corrotto nel suo contrario, e ogni
posizione può essere invertita, condizionata, ribaltonata, ecc. E'
l'imprevedibilità del clown, l'astratta assenza di contorni del
mimo, il funambolismo del santimbalco da circo. Niente vi si
sottrae: la politica, l'informazione, la giustizia, la spiritualità
religiosa ecc. Quando due di questi elementi si uniscono, poi, è
l'apoteosi. Questo capita abitualmente quando l'informazione
amplifica l'abissale inserietà della sfera pubblica, aggiungendovi
di suo. Capita così che un comandante che abbandona le sue truppe ai
capricci viziosi e colpevoli di un sottotenentato blasfemo e
corrotto che butta a mare le voci libere, fa la cresta sulle
provviste e relega i virtuosi alla distribuzione della sbobba, si becchi pure
del “capitan coraggioso”. Secondo quali arcani criteri Ratzinger
avrebbe fatto un gesto “coraggioso”? Pressocchè tutti l'hanno
detto, ma guarda caso nessuno ha saputo spiegare il perchè e il
come. Chè si aggiungono pure i giornalisti adesso a sviscerare
misteri della fede incomprensibili alla logica umana ma chiarissimi
all'intelletto della Provvidenza? Se il “gran rifiuto” di Ratzinger è un "atto di coraggio", allora ciò varrà anche per il comandante Schettino, e lo spettacolo aggiungerà
al suo palmarès un nuovo decisivo trionfo.
martedì 12 febbraio 2013
IL CONCETTO DI "PROVOCAZIONE" TRA PARACULAGGINE E RACKET
(Difficoltà: 3,1/5)
“Era solo una provocazione” è una
frase che sentiamo spesso detta dai nostri politici ai giornali o in
occasioni pubbliche. Di solito viene utilizzata, questa frase, come
riparo e rettifica di qualcosa di maldestro e inopportuno detto in
precedenza, e che potrebbe esporre a una salatissima querela o a un
calo di consensi. E' diventata, insomma, un modo per tentare di
relegare veri e propri obbrobri o insulti al rango di espediente
retorico per attirare l'attenzione su un problema, come se
l'inaccorta uscita fosse nient'altro che un elemento del dibattito
politico.
“Era solo una provocazione” è una
frase che sentiamo spesso detta dai nostri politici ai giornali o in
occasioni pubbliche. Di solito viene utilizzata, questa frase, come
riparo e rettifica di qualcosa di maldestro e inopportuno detto in
precedenza, e che potrebbe esporre a una salatissima querela o a un
calo di consensi. E' diventata, insomma, un modo per tentare di
relegare veri e propri obbrobri o insulti al rango di espediente
retorico per attirare l'attenzione su un problema, come se
l'inaccorta uscita fosse nient'altro che un elemento del dibattito
politico.
Cos'è Veramente la Provocazione?
In realtà, la “provocazione”,
quella vera, è se vogliamo un artifizio retorico che mira a
presentare all'interlocutore le estreme conseguenze e somme di quanto
da lui detto, enunciate in modo volutamente paradossale. Per esempio,
se la Lega affermasse (ipotesi tutt'altro che peregrina) che gli
extracomunitari devono essere sottoposti a pene più severe per
disincentivare una loro “più naturale tendenza a delinquere”, e
un oppositore politico rispondesse: “Allora se già sappiamo che
delinqueranno, mettiamoli tutti e quanti in galera preventivamente”,
questa è una provocazione. Essa serve a
smascherare il carattere razzista della proposta della Lega, celato
dietro il velo di una normale proposta politica. Nel porre le estreme
conseguenze di un ragionamento, in realtà ci si avvicina a quelle
che sono le reali intenzioni del proponente la legge. La provocazione
svolge un'opera di verità che penetra più a fondo di ogni possibile
analisi logica e letterale.
La differenza tra provocazione “buona”
e provocazione “cattiva” sta nell'assenza, nel primo caso, di un
carattere letterale di quanto si dice. Certo ciò dipende anche da
chi lo dice: quest'ultima stessa affermazione in bocca a un'esponente
leghista potrebbe essere presa sul serio, cioè letteralmente.
Ma passiamo a descrivere in dettaglio le due versioni di provocazione “cattiva".
Ma passiamo a descrivere in dettaglio le due versioni di provocazione “cattiva".
1) La “Provocazione” come Pretesto:
“Era solo una Provocazione”
Per l'esempio opposto, si può guardare
a Berlusconi. Nel giugno del 2012, B. azzardava l'ipotesi di un'uscita
dall' euro (qui un'articolo). Di fronte alle prevedibili reazioni negative da parte
politica (Casini: “Se la volonta' del Pdl e' uscire dall'euro,
Berlusconi lasci anche il Ppe. Non si puo' stare in una casa e
sostenere le idee esattamente contrarie") ma, c'è da
scommetterlo, anche nei sondaggi, ecco il dietrofront: “Era solo
una provocazione”: B. in realtà auspicava quell'unità politica
europea che scongiurerebbe proprio l'uscita dall'euro. Ipotizzare che
B. intendesse qui applicare una “provocazione” secondo il modello
virtuoso che io ho descritto, significherebbe ammettere che a B.
freghi qualcosa dell'unità politica europea come progetto
internazionale di lungo corso: una troppo generosa concessione per un
politico che vive da decenni nell'immediatezza dei suoi livori e
appetiti, e nella temporalità brevilinee e spasmodica che costerna
il suo status di homo economicus (i conti delle sue aziende) e di
homo criminalis (i conti con la giustizia).
2) La “Provocazione” come Ricatto:
il Racket Mafioso entra in Parlamento
Ma la provocazione può anche non
essere semplicemente un'etichetta appiccicabile post factum per scopi di rettifica.
Può anche assumere la forma di un'esca lanciata nel mare della vita
politica e istituzionale, che è fatta anche di compromessi, sempre
interpretati dalla volgarità berlusconiana come “scambi”. Un
caposaldo della strategia politico-comunicativa di B. è quello di
“sparare” dichiarazioni per vedere l'effetto che fa. Ciò vale
sia nei confronti dell'elettorato (per cui poi le reazioni si
registrano nei sondaggi), sia nei confronti delle altre parti
politiche in seno alla trattativa politico-parlamentare per la
risoluzione legislativa dei suoi problemi giudiziari e la messa a
frutto dei suoi conflitti di interessi. Su quest'ultimo versante, la
strategia è la seguente: se lui ha in mente di ottenere 50, spara
per ottenere 100 e, se tutto va bene, può pure ottenere 80, cioè più
dell'obiettivo che si era prefisso inizialmente. Inutile precisare che in anni di
falsa opposizione da parte del “PdmenoElle” (Grillo), questo si è
verificato più di qualche volta. In particolare in tema di
giustizia, B. ha più volte posto i magistrati e il sistema della
giustizia in generale, e quindi l'intero paese, di fronte alla
prospettiva di una paralisi totale per via legislativa costringendo
le parti politiche (e i magistrati stessi, non di rado intimiditi) a
concessioni facenti capo alle sue pendenze processuali. Nel 2008, B.
minacciava un taglio del 40% dei fondi alla giustizia, la riduzione
dello stipendio ai magistrati, l'abolizione delle intercettazioni e
la cancellazione di 100.000 processi, se non si fosse approvato il
cosiddetto Lodo Alfano. E' la stessa logica del “racket”
criminale, denominata per l'occasione “dialogo”, come spiega qui Travaglio.
Conclusione
Per riassumere, la versione inautentica di provocazione può rispondere a due diverse esigenze:
1) riparare una gaffe, una
dichiarazione avventata e arrischiata, per evitare querele e cali nel
consenso politico.
2) Saggiare il mercato elettorale e la
disponibilità a compromessi dei vari attori politici e
istituzionali.
La comprensione delle varie distinzioni
interne al concetto di “provocazione” può essere per noi uno strumento
in più nell'impegno di decifrazione delle reali intenzioni dell'agire
politico, a beneficio di una scelta di voto più cosciente.
giovedì 7 febbraio 2013
CANCR'ELETTROMAGNETICO
(Difficoltà: 2,2/5)
Il cancro ha assunto nell'era contemporanea uno status epidemico. Il cancro può avere due cause: cause genetiche e cause ambientali. In realtà, come è ovvio che sia, queste cause interagiscono in una maniera che è tutt'ora oggetto di studio. Ma è provato che il fattore genetico incide per un 5-8% sulla casistica dei tumori, mentre il restante 92-95% è lasciato a stile di vita e fattori ambientali (vedi).
Il campo elettrico alternato (AC) è qualcosa che non esiste in natura. Per contro, la terra possiede naturalmente un campo magnetico (è quello che fa funzionare la bussola), ma questo subisce però l'accrescimento e l'ingerenza delle onde emesse da tutte le apparecchiature di trasmissione a distanza (radar, elettrodotti, stazioni radio-base, impianti di diffusione televisiva, ponti radio, sistemi wifi pubblici, locali e privati, ecc.) (Cfr.)
Il cancro ha assunto nell'era contemporanea uno status epidemico. Il cancro può avere due cause: cause genetiche e cause ambientali. In realtà, come è ovvio che sia, queste cause interagiscono in una maniera che è tutt'ora oggetto di studio. Ma è provato che il fattore genetico incide per un 5-8% sulla casistica dei tumori, mentre il restante 92-95% è lasciato a stile di vita e fattori ambientali (vedi).
Fattori Ambientali nella Genesi del Cancro
Ma quali sono le “cause ambientali”
che ho citato? L'incidenza di cattive abitudini alimentari è un fatto assodato, così come lo sono gli stili di vita poco riguardosi per la salute. Dell'inquinamento atmosferico molto si è detto, e a
ragione. Quest'ultimo fattore non sembra però essere prominente, a differenza di quanto si crede. Non è forse vero a rigor di
logica che, se così fosse, quello al polmone sarebbe di gran lunga
la forma di cancro più frequente? Dopo tutto, lo smog è qualcosa
che si respira e quindi interessa il sistema respiratorio nella
maniera più diretta, e i polmoni stessi non sono un organo più
resistente di altri, semmai il contrario, verrebbe da sottolineare,
data la loro consistenza molle e “spugnosa”. Molteplici ricerche
evidenziano all'opposto che, di fatto, più del 90% dei casi di cancro al
polmone interessa fumatori, e che se non esistesse l'abitudine del
fumo questa forma di cancro inciderebbe in misura minimale sulla
casistica generale (vedi).
A mio avviso, è allora altrove che
vanno ricercate le cause principali del cancro. Se la difficoltà di curare il
cancro è da imputare alla sua natura di malattia genetica e
cronico-degenerativa, la difficoltà nel prevenirlo sta nella mancata
individuazione di alcune delle cause principali per le quali si
manifesta. La ricerca, nel suo eterno dibattersi tra lo scopo nobile della salvaguardia della salute pubblica e l'ossequio a soggetti portatori di interessi economici, non potrà sottrarsi a lungo alle sollecitazioni della realtà.
La conlusione che mi azzardo ad avanzare è: l'inquinamento elettrico ed
elettromagnetico, detti anche “elettrosmog”, sono (o saranno a breve) la causa
principale della maggior parte dei casi di cancro. Ciò significa
che, messo da parte questo fattore, il cancro rimarrebbe presente e
incurabile, certo, ma si circoscriverebbe a un numero relativamente
esiguo di casi per i quali l'etiologia è già ampiamente nota.
Campi Elettrici e Campi Elettromagnetici
Il campo elettrico alternato (AC) è qualcosa che non esiste in natura. Per contro, la terra possiede naturalmente un campo magnetico (è quello che fa funzionare la bussola), ma questo subisce però l'accrescimento e l'ingerenza delle onde emesse da tutte le apparecchiature di trasmissione a distanza (radar, elettrodotti, stazioni radio-base, impianti di diffusione televisiva, ponti radio, sistemi wifi pubblici, locali e privati, ecc.) (Cfr.)
Il cancro era una volta un evento raro,
ma con l'età moderna le cose sono cambiate. Per
colpa dell'industrializzazione, certo, ma – e questo tocca il succo
del mio discorso – anche e soprattutto per l'“elettrificazione”
nella quale è incorsa la vita di ognuno, con l'ingresso degli
elettrodomestici nella casa. Ne consegue che, per la maggior parte di noi, il
maggior pericolo per la salute proviene proprio dal luogo che
riteniamo più sacro e più sicuro: l'ambiente domestico. La casa è
il luogo nel quale passiamo la maggior parte del nostro tempo. Ancor
più significativamente, esso è il luogo nel quale trascorriamo le
ore del nostro sonno, e si sa che ogni essere vivente è più
vulnerabile mentre dorme, in quanto il sonno costituisce una fase essenziale per
la rigenerazione del sistema immunitario e per il ricupero
psico-fisico dallo stress subito durante la giornata.
Dato l'utilizzo ubiquo del telefono
cellulare, si può dire che, mentre il cancro è il male del nostro
tempo, il tumore al cervello in particolare sarà prevedibilmente il
male del futuro. L'inquinamento industriale o da auto è diventato
ormai (o diventerà) un problema relativo, in senso quantitativo
(perchè non sarà la causa principale del tumore, se mai lo è
stato), e in senso geografico (può essere un problema eminente in
Cina o a Milano, ma non nella maggior parte dei territori abitati).
Conservatorismo Suicida
L'atteggiamento dell'uomo della strada
di fronte al tentativo di sensibilizzarlo su queste questioni è
ormai conosciuto, e si riassume nella consueta frase: “Ma se stai a
pensare a tutto...” Sopraffatto psicologicamente dai molteplici
attacchi alla salute portatigli dall'età tecnologica e
post-industriale, l'uomo della strada sceglie il disimpegno, anche se
ne va del bene più prezioso. Cioè: il suo rifiuto di “pensare a
tutto” non implica, come parrebbe di evincere, la disponibilità a
operare una selezione. A fronte di questo “tutto” c'è il nulla,
perchè la frase in questione si applicherà, senza nulla escludere,
a ogni singola minaccia alla salute lo si inviti a considerare: il
fumo, l'alcol, i cibi sofisticati, il rivestimento plastificato del
Tetrapack, i miasmi di un'adiacente fabbrica di solfuri,
l'esposizione prolungata a una torre di telefonia
cellulare ecc.
Quella attuata dall'uomo della strada è
una forma di difesa dello status quo, a testimonianza di quanto il
conservatorismo (come il progressismo) non sia un fatto eminentemente
politico, ma un qualcosa che parte dal basso e viene solo recepito
dalla politica. Ogni cambiamento, più o meno radicale, è percepito
dall'uomo comune come troppo difficile o scarsamente conveniente.
Tutto appare troppo radicato, in particolare le proprie abitudini,
perchè valga la pena cambiare. In politica quueto atteggiamento causa
un lento declino del Paese, ma nella vita personale esso può
condurre lentamente alla malattia e alla morte.
Conclusione
Il cancro
non è una piaga divina come le cavallette della Bibbia, ma un fatto che ha sempre
una spiegazione plausibile. Sta a ognuno di noi attrezzarsi per
superare le Colonne d'Ercole dell'ignoranza e dell'indifferenza, alla
scoperta della conoscenza più lieta: quella che ci può salvare la
vita.
In Internet molte sono le risorse che istruiscono sulla prevenzione degli effetti dell'esposizione a campi elettrici ed elettromagnetici. Da molti di essi, si comprenderà che bisogna partira dal nostro ambiente domestico e in particolare dalla stanza da letto. Qui un esempio.
mercoledì 6 febbraio 2013
martedì 29 gennaio 2013
ITALIANI POPOLO CRAPULONE E CANTERINO
(Difficoltà: 2,4/5)
Le innumerevoli trasmissioni di cucina – e il successo che riscontrano – ci dicono una cosa sola: che gli italiani sono un popolo crapulone.
Le innumerevoli trasmissioni di talenti del canto – e il successo che riscontrano – ci dicono invece che gli italiani sono un popolo canterino.
Un'arte "consumabile" è un ossimoro
Io posso comprendere il fascino dell'arte culinaria, non fosse altro che le pietanze non sono fatte per essere esibite in un museo, ma per essere consumate. La cucina è quindi un'arte solo impropriamente definita tale: non si conosce un'arte che contraddica a tal punto la sua missione da porsi al servizio della voracità consumistica del proprio tempo, ove il termine “voracità” è per una volta usato nel suo significato letterale. Il pisciatoio di Duchamp manteneva il suo stato di oggetto artistico, nonostante la sua quotidianità esibita in un eccesso provocatorio, proprio in quanto si supponeva che nessuno dovesse più da quel momento farne un uso per così dire “tradizionale”.
"Belle voci" e "grandi fiati"
Posso anche comprendere il fascino dell'arte canora, non fosse altro che il canto è per così dire un'arte priva di talento, nel senso che uno una bella voce se la trova come un dono già dato, e che al limite necessita solo di essere coltivato. Diverso sarebbe se la voce fosse uno strumento al servizio di uno spirito compositivo e creativo, invece che semplicemente interpretativo. Inoltre, fa sempre capolino l'equivoco della confusione tra “bella voce” e “gran fiato”. Molte di quelle che vengono elogiate come delle grandi voci sono in realtà delle/dei grandi urlatrici/urlatori. La maggior parte di chi si esibisce in gare canore amatoriali o a Sanremo ha in realtà una voce mediocre, indistinta e indistinguibile, per timbro e personalità, da mille altre. Tutto si riduce in soldoni a chi urla più forte. Se invece si ha un minimo di gusto uditivo risulterà facile distinguere fra una voce come quella di Tiziano Ferro (bella e innegabilmente unica) e quella di una cantante come Giorgia (impersonale, affettata, manierata, potente ma mediocre).
Conclusione polemica (e non potrebbe essere altrimenti)
Eppurtuttavia, i telespettatori italici si crogiolano nei loro passatempi culinario-canori con una solerzia e una instancabilità a loro modo ammirevoli. Il tutto mentre fuori dai loro salotti le mafie divorano ogni giorno pezzi di giurisdizione e di economia reale, e il debito del nostro Stato tocca i duemila miliardi di euro.
Gli italiani si avvicinano alla celebrazione della loro Ultima Cena, e all'intonazione del loro Canto del Cigno. Lo facessero almeno con un minimo di dignità...
lunedì 21 gennaio 2013
ANIME CANDIDE NEL VILLAGGIO DEI DANNATI
(Difficoltà: 3.3/5)
Sono più d'uno i casi di ragazzi suicidi a causa del cyberbullismo (qui un'esempio) cioè il bullismo praticato fra coetanei utilizzando i social network. Mi sovviene un caso
analogo, certo tra i più tristi, di una ragazza che aveva
espresso su Facebook la sua intenzione di suicidarsi. Tra le varie
reazioni spiccarono quelle di chi non la prese seriamente e se ne
prese gioco e di coloro che addirittura la incitarono al gesto. Ora,
tutti sanno che, se una persona vuole farla finita, lo fa e basta, e
poi al limite spiega le sue ragioni in un messaggio. Se uno invece
prende tempo si rivolge a qualcuno manifestando questa sua idea, lo
fa apposta per esserne dissuaso e per trovare stimoli e parole di
incoraggiamento. Quindi queste persone sono corresponsabili (tutte
assieme, e ciascuno per sé), della morte di quella persona che, se i
commenti fossero stati diversi, sarebbe ancora viva.
Sono più d'uno i casi di ragazzi suicidi a causa del cyberbullismo (qui un'esempio) cioè il bullismo praticato fra coetanei utilizzando i social network. Mi sovviene un caso
analogo, certo tra i più tristi, di una ragazza che aveva
espresso su Facebook la sua intenzione di suicidarsi. Tra le varie
reazioni spiccarono quelle di chi non la prese seriamente e se ne
prese gioco e di coloro che addirittura la incitarono al gesto. Ora,
tutti sanno che, se una persona vuole farla finita, lo fa e basta, e
poi al limite spiega le sue ragioni in un messaggio. Se uno invece
prende tempo si rivolge a qualcuno manifestando questa sua idea, lo
fa apposta per esserne dissuaso e per trovare stimoli e parole di
incoraggiamento. Quindi queste persone sono corresponsabili (tutte
assieme, e ciascuno per sé), della morte di quella persona che, se i
commenti fossero stati diversi, sarebbe ancora viva.
Se consideriamo che questi istigatori al suicidio erano degli “amici 2.0” ,
si capisce bene l'urgenza di definire bene il concetto di amicizia
nell'era digitale.
Quella cosa strana chiamata "amicizia"
Internet non ha
inventato nessun male. Semplicemente, esso ha amplificato, per via
dell'accessibilità senza barriere di ogni contenuto, fenomeni
preesistenti. Ciò vale per la pedofilia, per l'assuefazione
sessuale, per la solitudine alienata, per lo stalking, e anche per il
bullismo. Non è una differenza di natura, ma di grado, nel senso che
questi disdicevoli comportamenti rimangono quelli di sempre nella
loro natura, ma internet fornisce mezzi inediti e più potenti per
la loro perpetrazione.
La parola amicizia è sempre stata
soggetta all'equivoco. Infatti, tutti i tipi di rapporti
interpersonali hanno una ragione d'essere che li identifica: il
rapporto di lavoro (ragione economica), il rapporto fra
sessi/coniugale (ragione sessuale), il rapporto parentale (ragione di
sangue/genetica), ecc. Per tutti i rapporti interpersonali, è facile
definire la natura sulla base di certi elementi chiaramente
individuabili e giustificabili. Per tutti, tranne l'amicizia. Quello di "amicizia" è un concetto oscuro, difficile da fondare (se non
ricorrendo al generico concetto di “socialità”, che include
pressochè ogni comportamento umano e che spiega tutto e niente).
L'amicizia va e viene, spesso senza lasciare tracce. A volte, ci
accorgiamo che non era mai nata, che era un'illusione. Altre volte, l'amico ci
tradisce, e noi ce ne facciamo facilmente una ragione e passiamo ad
altro (anzi, ad altri).
Perchè spesso quella che si crede
amicizia altro non è se non semplice “frequentazione”. Questo è
un dato di fatto pre-tecnologico. Nell'era dell'internet 2.0, poi, è
del tutto normale che questo elemento di incertezza si amplifichi, e
che il concetto di amicizia si sovrappunga sempre più con quello,
appunto, di “frequentazione”. In questo senso, può benissimo
essere rimpiazzata dai social network. Verrà il momento – e in
parte ciò è già cosa fatta – nel quale l'amicizia reale e quella
digitale non saranno più distinguibili, se non per il contatto
fisico, che però si riduce a singole parti di una realtà, esteriori
ed eterogenne rispetto all'essenza dell'amicizia, che si deposita
nella persona (es.: mi incontro con l'amico “fisicamente” perchè
mi deve dare un libro; mi incontro con gli amici al bar perchè è
un'occasione per bere, o perchè mi piace il locale ecc.) In un certo
senso, l'amicizia “reale” sarà sempre irriducibile a quella
digitale, ma solo per elementi che si potrebbero definire “di
contorno”.
La rivincita del reale
Ma non intendo qui sottovalutare
l'importanza di una frequentazione fisica dell'altro. La
comunicazione scritta (quindi a distanza) ha dei suoi limiti:
- Innanzitutto, per quanto la si possa semplificare, popolarizzare e sottoporre a una traslitterazione dal parlato, la comunicazione scritta sottosta sempre a un criterio di codificazione. La sua codificazione si identifica innanzitutto con il semplice fatto che la comunicazione scritta poggia su una convenzionalità fatta di simboli e regole grammaticali. Ma la codificazione pertiene anche – fatto, questo, un po' più complesso - a una tradizione culturale, che le dà regole di condotta che non trovano applicazione nella comunicazione orale. Ci sono cose che, se nella comunicazione orale hanno una loro collocazione e senso, nella comunicazione scritta possono risultare incerte, inopportune o addirittura fonte di gravi equivoci. Purtroppo, la larghissima (e crescente) diffusione di Facebook fa sì che il numero di utenti che hanno a disposizione questi strumenti culturali si assotigli sempre di più a vantaggio di chi non ne dispone. Ne consegue che lo scarto fra parola scritta e parola parlata si riduce sempre di più, e ognuno tende a scrivere “come parla”. Ma ciò non è cosa buona, perchè la comunicazione scritta deve necessariamente sottostare a un registro relativamente alto, e ciò indipendentemente dal mezzo che la veicola. Infatti, essa deve far fronte a deficienze irrecuperabili della stessa, che sono in pari tempo le virtù di un contatto reale con l'altro (la presenza reale, vedi punto seguente). Questa “superiorità” della parola scritta non esprime snobismo intellettuale, ma semmai l'esatto contrario: sensibilità orientata al rispetto della persona.
- La comunicazione scritta non ammette la presenza reale, e quindi il veicolo comunicativo del corpo. Gli “emoticons” sopperiscono in parte a questa mancanza, stilizzando l'intenzione emotiva che sta dietro un pronunciamento. In questo modo, la portata di una frase come: “Sei proprio da rinchiudere” cambia radicalmente se accompagnata o meno, per esempio, da una faccina che sorride. Ma, naturalmente, questi espedienti grafici non bastano a sostituire le infinite sfumature dell'espressività facciale, della gestualità corporea della persona, del tono di voce ecc.
- Laddove ciò che si dice può essere relativizzato al momento in cui lo si dice (un insulto può essere uno sfogo irriflesso di cui poi ci si pente), la parola scritta è fatta per rimanere e per lasciare un'impressione duratura e definitiva. Laddove è pratica comune quella di leggere e rileggere il messaggio prima di postarlo, capita al contrario con molta meno frequenza che ci si fermi a riflettere su ciò che si sta per dire, quando si parla con qualcuno vis à vis. Questo accade perchè ognuno di noi sa d'istinto che la parola scritta “pesa” più di quella parlata.
Il villano globale
In conclusione, lo strumento dei social network non va demonizzato. La loro "colpa", a ben vedere, è quella di aver polarizzato la comunicazione sulla scrittura, cosa peraltro salutata da molti esperti dell'educazione come un fatto positivo. Ma finchè non si comprenderà che la
comunicazione scritta è diversa da quella orale e richiede un
surplus di senso di responsabilità e di sensibilità culturale, la
rivoluzione 2.0 avrà sempre più difficoltà a distinguersi dal
“villaggio globale” entusiasticamente teorizzato dal sociologo
McLuhan. Ed è bene dire che anche McLuhan era stato costretto a
rivedere in un secondo tempo le sue posizioni d'origine: il
"villaggio globale" determinato dalla diffusione dei mezzi
di comunicazione di massa, lungi dalla "società aperta"
che era stata auspicata e preconizzata, si sarebbe rivelato essere
piuttosto la globalizzazione degli aspetti più deteriori della
socialità del tipico villaggio, nel quale tutti conoscono tutti, e
nel quale la fanno da padroni la chiacchiera maligna e capricciosa,
il conformismo soffocante, l'esclusivismo bigotto e il cameratismo
da galera. Tutte cose che possono spingere un'anima candida al martirio.
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