martedì 23 aprile 2013

10MILA COSE CHE MI FANNO INCAZZARE/9989

(Difficoltà: 2,9/5)
 "TRA IL VOLERE E IL POTERE C'E' DI MEZZO LO SPROLOQUIARE": 
IL FENOMENO DEGLI AVVISI STEROIDIZZATI

"Su questa spiaggia è severamente vietato..." Courtesy of: http://radiodenadie.blogspot.it/
Se c'è una cosa che mi fa incazzare, è l'indole delinquenziale del popolo italico. Per tentare di porre freno alla natura mariuola dell'italiano, si raggiungono talvolta esiti paradossali. Come osserva giustamente Travaglio, esporre un cartello con scritto “vietato” non è sufficiente: occorre aggiungere “severamente”, altrimenti nessuno ci bada. Qual è l'effetto? Che se il cartello non esibisce l'avverbio in questione ("severamente vietato"), l'italiano sarà indotto a pensare che l'infrazione non è poi tanto grave, e che comporterà poco o nulla in termini di sanzioni.
Lo stesso vale per l'“entro e non oltre”, per es. in occasione della consegna di documenti a un qualche ente pubblico. Anche qui, il rafforzativo serve a dire: “Fosse solo 'entro', allora se consegni i fogli con due giorni di ritardo fa niente. Ma c'è il 'non oltre', quindi stà volta si fa sul serio...”
Il terzo esempio lo rivivo quasi ogni qual volta richiedo fattura a un artigiano o professionista. La risposta è allora: “Le invierò regolare fattura.” Cosa significa “regolare”? C'è forse anche un modo “irregolare” di emettere una fattura? O si vuole forse sottolineare, aggettivandolo, l'eroico (anche se inspontaneo) atto di onestà, quando la legge lascia ampi margini di manovra a chi vuole turlupinare l'Agenzie delle Entrate?


 La Mela di Caino

Il brutto è che questi rafforzativi rispecchiano fedelmente una realtà: la rete delle regole ha in Italia maglie larghe, anzi larghissime. Questa condotta perdonista - una giustizia priva di autorità, quindi una "non giustizia" - è un frutto velenoso, anche se succulento a un primo assaggio: chi non ha gioito nell'apprendere che poteva godere di una proroga sulla consegna della pratica, o che per quella volta il controllore dell'autobus aveva chiuso un occhio? Non bisogna mai dimenticare che, così come il morso della mela ha reso possibile il gesto di Caino, così per ogni piccola furbata in apparenza triviale ce n'è da qualche parte un'altra che toglie alla comunità milioni di euro. Perchè non è una questione di quantità, ma di mentalità: l'habitus è lo stesso, solo che uno fa il furbo e ruba secondo le proprie possibilità. O altrimenti detto: l'italiano è sempre ladro, ma c'è chi può derubare interi caveau e chi si deve accontentare dei polli.
Questa mentalità è ciò che è “severamente vietato” perseguire e che va cambiato “entro e non oltre” adesso.
La prossima volta, fateci caso

Andare Dove?


domenica 21 aprile 2013

ZUPPA DI ZOMBIE: "Rompicapo"

Rompicapo

LA DEVIANZA CHE SI FA ISTITUZIONE: IL CASO DELLA RIELEZIONE-GOLPE DI NAPOLITANO

(Difficoltà: 4,7/5)

Ponzio Pelato, instancabile firmatario di leggi pro-BerluscaOgni sistema del governo delle cose umane, sia esso politico economico o sociale, ha le sue storture, la sua “quota” sindacale di cose che possono andare male e di persone interessate a che le cose vadano male per il Paese perchè gli interessi di questo confliggono con i loro. Per cui evasione fiscale, corruzione, tensioni eversive ecc. sono in una certa misura “fisiologiche”, e non ci si deve scandalizzare o sorprendere per la loro presenza. Il “moralismo”, parola frequentemente usata come mannaia contro i giusti, per cui essa diventa sinonimo di “ipocrisia” e spesso maliziosamente confusa con “moralità” (parola ben diversa), è anche di coloro che non prendono atto del fatto che politica e società sono costruzioni imperfette. Perchè? Perchè furono sì inventate per controllare e disciplinare la natura egoistica dell'uomo in un sistema di regole, ma promanano dall'uomo medesimo, quindi in una situazione di conflitto di interessi. E poi c'è la natura potente e immutabile dell'essere umano, per cui pretendere sistemi avulsi da devianze sarebbe un po' come pretendere di catturare l'acqua con la rete. Dopotutto, le devianze sono lì a ricordarci lo scopo originario per il quale ci siamo dati dei sistemi e delle regole inibitorie, quindi rivestono un certo ruolo. 


Tollerare le Devianze non Significa Tollerare i Deviati

Il punto è che, in tutta ovvietà, queste devianze non sono “individualizzabili” a priori, o meglio detto: nessun soggetto sociale (sia esso individuo o gruppo) può avere l'arroganza e la superbia di pretendere di incarnare le eccezioni alla regola (e alle regole). Infatti: perchè loro e non altri? Quindi l'ammettere come “fisiologiche” simili devianze non coincide con il tollerare che determinati individui o gruppi si ergano a rappresentanza di queste devianze e le rivendichino per se stessi. Si tollera il principio, ma non la sua materializzazione. Infatti, visto che le “devianze” sono per definizione delle eccezioni, coloro che si candidassero ad esserle pretenderebbero per se stessi una esclusività che lascerebbe fuori decine o centinaia di milioni di persone, esercitando una superbia inaccettabile. Ciò a meno di non voler estendere questa rappresentanza, e di chiamare altri al club degli "irregolari". Ma questa è un'operazione dai rischi evidenti: chi sa, infatti, qual è il quantitativo di “devianza” che un Paese si può permettere? Il prevalere della devianza vanifica l'esistenza stessa di uno Stato, perchè decreta il fallimento delle regole che questo si è dato. Il ritorno alla barbarie tribale è allora l'unica strada. Ma poi: siamo sicuri che il concetto di “prevalenza” è qui interpretabile in termini strettamente matematici? Il magistrato Piercamillo Davigo osservò sagacemente che i ladri devono essere sempre una minoranza rispetto alle persone oneste, perchè se toccassero la quota del 50% più uno già inizierebbero a derubarsi gli uni con gli altri. L'osservazione non fa una piega in termini di matematica astratta, ma quando si parla della vita di un Paese naturalmente il discorso è infinitamente più complesso, perchè la soglia di tolleranza prima del tracollo di un sistema democratico obbliga alla considerazione di infiniti fattori inerenti a tutte le sfere della vita pubblica e alla condizione di salute della società che subisce la devianza, nonchè all'entità dell'atto di devianza: in una città con poche centinaia di migliaia di anime, un singolo atto di devianza da parte di uno sparuto gruppo di malfattori può comportare il tracollo di un'intero sistema (è un po' ciò che è successo - rispetto alla città di Siena - con l'acquisto di Antonveneta da parte del MPS).
Riassumendo, è per un triplice motivo che la considerazione della “necessità” della devianza non implica in nessun grado la tolleranza nei suoi confronti: a) in primo luogo, l'“inassegnabilità” di un diritto alla devianza: nessuno, individuo o gruppo, ha titolo per contravvenire alle regole più di quanto lo abbia chiunque altro in una data comunità, prova ne sia che se tutti si assegnassero tale diritto, il sistema si disintegrerebbe; b) in secondo luogo, perchè non si può conoscere la soglia di tolleranza della devianza in rapporto a un sistema, il punto di non ritorno oltre il quale il sistema è spacciato; c) terzo perchè, dato che la natura umana è quella che è, ogni ambiguità verso la devianza da parte di chi è preposto a combatterla innesca un processo di contagio culturale che una volta a regime è difficilmente controllabile.


La Casta Politica Italiana: la Devianza che si Istituzionalizza

La contravvenzione alle regole può essere motivata dalla miseria e dalle fame. Ma quando essa è frutto dell'arroganza individuale o di “casta”, allora è la superbia che ne fornisce la base a dover scandalizzare il cittadino comune, perchè qui i soli motori sono la superbia e l'ingordigia, e le conseguenze per la tenuta di un sistema democratico sono incalcolabili. Ed è evidente che ciò vale tanto più in quanto una simile arroganza riguardi la classe dirigente. Una classe dirigente (politica, economica, delle professioni ecc.) che ragioni per interessi di individui o di gruppi non è nulla di diverso dalla mafia, in quanto si arroga dei “diritti” speciali che contraddicono l'interesse comune e costituiscono quindi un'“antisocietà” o un “antistato” all'interno della società e dello Stato.
Ora, prendendo spunto dalla conferma di Napolitano alla Presidenza della Repubblica, ennesimo sussulto autoconservatore di “[...] un sistema marcio e schiacciato dal peso di cricche e mafie, tangenti e ricatti, [che] si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio dall'interno per non far uscire la puzza e i vermi” (Travaglio, dal F. Q. di oggi), è facile capire a chi si applichi in Italia quanto ho cercato di spiegare, e perchè la cancellazione dell'attuale classe politica è così vitale per la sopravvivenza della nostra democrazia. Ammesso che già non sia troppo tardi.
Barbarie Retroattiva

domenica 14 aprile 2013

IL TRIONFO DELLO SPETTACOLO NELLA DISINTEGRAZIONE SOCIALE: LA "GUERRA FRA POVERI"

 (Difficoltà: 4,6/5)

Non lo si dirà mai a sufficienza: l'incoraggiamento alla divisione nelle forze antagoniste è il miglior modo per affermare un potere autoritario. Ciò lo si comprende al meglio quando si esamina il potere autoritario per eccellenza, cioè quello della merce divenuta immagine: lo "Spettacolo". Lo Spettacolo è il regno della divisione, nell'immagine e grazie all'immagine, dove solo la divisione fra parti conferma, nel concetto e nella realtà, l'unità indissolubile dello Spettacolo. “Divide et Impera” è il verbo: un principio che vale da sempre, anche da prima che lo Spettacolo si affermasse come regola di esistenza. 
La “guerra fra poveri” è in questo senso il nucleo della strategia spettacolare, perchè la divisione va coltivata soprattutto fra le forze che avrebbero interesse a combattere lo status quo, riunite dalla coscienza di un destino comune. Infatti, nel momento in cui i privilegi si instaurano, nel momento in cui la politica e l'economia si suddividono in caste intoccabili che godono di privilegi feudali, si è compiuto il delitto perfetto: la costituzione di un divario apparentemente incolmabile fra le classi. Questo “apparentemente” non deve ingannare: l'apparenza è nello Spettacolo sostanza, l'immagine realtà. Allora il poveraccio desisterà dal pretendere per sé una condizione che gli si vuol far credere non alla sua portata, anche se ciò vale per difetti che sono inerenti a lui e alle sue aspirazioni, non certo al modo in cui la società è strutturata. E quindi se la prenderà con chi è sopra di lui, ma solo se lo è di poco: il disoccupato indigeno con l'extracomunitario venuto a fare i lavori che gli italiani non fanno più; chi non ha la casa con colui che, avendo reddito familiare al di sotto della soglia di povertà, l'ha ricevuta dal Comune; il dipendente precario con il dipendente statale dal posto fisso; questi con coloro che nella loro stessa categoria guadagnano poco di più ecc. La "guerra fra poveri" è resa possibile dal fatto che la povertà conosce diverse gradazioni, che partono dal reale e sconfinano nel puro percepito. Sempre più spesso la cognizione di sè come povero si alimenta di aspirazioni frustrate al possesso di beni accessori o all'impietoso confronto son modelli di vita eccentrici, e non su una reale condizione di non-sopravvivenza materiale. Chi è povero, oggi? Cosa significa essere poveri oggi? Tutto è lasciato volutamente e ad arte nell'indeterminato, per allargare la "guerra dei poveri" al numero più grande possibile di reclute.
E' il potere reale, che divide e sottomette, ciò con cui non ce la si deve prendere. Del resto, esso è ormai proiettato su una sfera che lo rende indistinguibile alla capacità critica comune e anche alla semplice immaginazione. 


La Verità Dietro i "Talent Show"
 
La retorica dell'impegno sedimenta la legge della competizione fra pari fin dalla più tenera infanzia, nel teatro senz'altro spettacolare delle partite di calcio, dei programmi di corteggiamento e dei talent show televisivi, dove le leggi dell'ascolto impongono la creazione di attriti fittizi e di elementi di rivalità posticci, secondo le regole di un darwinismo fondato sull'immagine: non il più forte o intelligente, ma colui che semplicemente appare come il più forte e intelligente; non le leggi della natura, ma le leggi dello Spettacolo.
I celeberrimi “talent show”: l''esistenza del concorrente medio ne esce distrutta; l'esistenza del talentuoso viene messa a dura prova nei fondamenti dai giudizi spietati e pretestuosi di giudici educati alla critica per la critica, dove l'insoddisfazione e l'invidia sono un ingrediente della torta; l'esistenza del vincitore, infine viene sentenziata da un tribunale di burattini a una gloria eterna della durata di un battito di ciglia. Nessuno ne scampa, nemmeno i bambini, perchè i genitori stessi diventano complici entusiasti di un massacro annunciato. L'innocenza dell'infanzia e i fattori di crescita dell'adolescenza vengono depravati in una guerra senza frontiere, dove è il premio più ambito è una patacca spettacolare da appuntarsi al petto qualche mese prima del calcio nel culo che consegna all'oblio definitivo.


Au Spectacle comme au Spectacle

Come per i diciannovenni del Vietnam, sergenti di ferro fanno a gara nell'umiliare con atti di sadismo autoritario, in preparazione a una guerra che è in realtà lo spettacolo della guerra: una competizione fratricida basata sul nulla ed eterodiretta in ogni particolare. Lo scopo nominale: il guadagno degli ascolti; quello reale: l'educazione alla sottomissione, al rifiuto di ogni umanità e di partecipazione spirituale alle sorti dei più deboli, al crudele accanimento verso il basso ecc. Come aveva già capito la Scuola di Francoforte, l'autorità è un virus che si trasmette nella società a partire dai confini della famiglia. L'autoritarismo del padre sarà l'autoritarismo del figlio divenuto padre, capoazienda, politico: “L’autorità è […] una categoria storica centrale. Il fatto che essa svolga un ruolo così decisivo nella vita di gruppi ed individui nei più diversi settori e in tutti i tempi, si fonda sulla struttura che la società umana ha avuto finora.” (M. Horkheimer, E. Fromm, H. Marcuse et al., Studi sull’autorità e la famiglia, Torino 1974, p. 22)
Lo Spettacolo è la società, è questa grande famiglia.  
À la guerre comme à la guerre, au Spectacle comme au Spectacle.

Notizia d'agenzia

sabato 6 aprile 2013

"SALARIO", "ONORARIO", "CACHET": COSA SI NASCONDE DIETRO IL "LINGUAGGIO DEL DENARO"

(Difficoltà: 4,4/5)

La nostra società si basa sul denaro. Se si gratta sotto la fuffa dei cosiddetti "valori"– che tende a far credere che vita, benessere, solidarietà ecc. siano ciò che contano realmente – si scopre che l'unica categoria in grado di spiegare le drammatiche contraddizioni fra azioni reali e valori tanto sbandierati, è proprio quella del denaro. Come si spiegherebbero altrimenti gli alti costi dei farmaci antiretrovirali in paesi, come quelli africani, tartassati dalla piaga dell'HIV? E ciò, nonostante simili costi non siano sostenibili per popolazioni mantenute artificialmente povere dall'assenza di scrupoli dei dittatori locali, con il segreto patrocinio di governi occidentali lobbizzati dalle multinazionali del cibo, dell'energia, della salute e delle armi.


Denaro = Potere. Potere = Denaro 

Il destino del denaro non si sovrappone semplicemente a quello del potere: piuttosto, essi sono un'unica cosa. E ciò è facilmente comprensibile se si ammette – come è vero – che con il denaro “nulla è impossibile”, e con esso si può (=potere) tutto. Ma come insegna Marx, il potere è anche “ideologia”, “nascondimento”. Chiamare le cose con un nome più conciliante, o spesso in contraddizione con la loro essenza e scopo serve a cloroformizzare la coscienza pubblica, a tenerla nell'ammollo di un'ignoranza inebetita. Dietro ideali sbandierati, vi è sempre l'ipoteca del denaro, dell'economia, degli interessi privati. Così Lincoln emancipò i neri dalla schiavitù non perchè un Nord lanciato verso lo sviluppo industriale necessitava di manodopera numerosa e non solo legata alla terra, e ogni guerra offensiva per il petrolio mediorientale diventa “missione internazionale di libetà e pace”. 


Il Paradigma dell'Ideologia: l'Esempio della Chiesa Cattolica

La religione cattolica (ormai caduta in irreversibile disgrazia) ha a lungo rappresentato la forma più emblematica di ideologia, secondo tre direttrici:
 
a) negazione della Storia e della possibilità della rivoluzione: le stesse “rivoluzioni” all'interno della Chiesa, scandite dai Concilii, sono servite a riconsolidare il potere e le gerarchie all'interno del cristianesimo.
b) controllo e direzione delle coscienze, sulla scorta di una negazione a più livelli della verità storiche e scientifiche e di una monopolizzazione della verità, con il corredo di una presuntiva infallibilità morale della sua massima autorità.
c) trasformazione dell'apparenza in realtà e della realtà in apparenza, della causa in effetto e dell'effetto in causa, della menzogna in verità e della verità in menzogna. Rovesciamento totale dei rapporti di realtà.
Come già con Marx, la critica dell'ideologia ha già da tempo abbandonato il contesto religioso, che sopravvive come innocuo simulacro di un potere svanito con l'evaporare della fede nella modernità.


"Salario", "Onorario", "Cachet"

Se l'ideologia si trasmette attraverso il linguaggio, allora l'analisi critica di concetti del linguaggio è in grado di rivelare l'essenza di “potere” e di “denaro” di tali concetti, come ciò che l'ideologia tenta di camuffare. Prima di “materializzarsi” a sistema onnicomprensivo e totalitario in quello che Debord e i Situazionisti definiscono “Spettacolo” (che è l'“ideologia materializzata” - cfr. SdS, §213), l'ideologia si applicò in origine al rapporto di sfruttamento primario: quello lavorativo. E' corretto quindi partire dal lavoro, e in particolare dall'analisi dei concetti legati alla retribuzione dell'opera lavorativa, come provo a fare qui di seguito:

  1. Salario”. Questo concetto si riferisce alla paga del più basso livello nelle gerarchie del lavoro, quello che sostanzia meglio e prima degli altri, anche terminologicamente, lo sfruttamento di classe: il lavoro “dipendente” e “subordinato”. “Salario” deriva da “salarium”, cioè “la diaria corrisposta ai soldati romani perchè potessere acquistare sale”. Per inciso, il sale fu nell'antichità elemento pregiato, ma il prezzo era deciso da Roma, che poteva abbassarlo per renderlo fruibile alle classi più povere, o alzarlo per poter sostenere finanziariamente le sue campagne belliche. Indicativo per noi il fatto che il termine sia giunto fino a noi: si allude simbolicamente al fatto che il diritto dell'operaio non arriva alla garanzia del sostentamento alimentare, ma solo all'accessorità, al condimento: "Ti diamo ciò che può rendere saporito il cibo, ma non il cibo”. Il lavoratore è fungibile, sacrificabile, e il piacere di sfruttarlo non è lo stesso se non vi si può aggiungere dell'ironia.
  2. Onorario”. Questo concetto – il più odioso - definisce la classe del lavoro altamente specializzato, inerente le professioni (medici, ingegneri, avvocati ecc.). Se il salariato è oggetto di sfruttamento, l'“onorato” è attivo nello sfruttamento dall'alto del possesso di strumenti conoscitivi estranei ai più. Gli ordini professionali in cui gli “onorati” si consorziano, rappresentano sottoinsiemi sociali oppressivi che di fatto selezionano in base al censo chi ha diritto alle cure sanitarie, alla sicurezza ambientale, alla tutela dei diritti, cioè in definitiva alla sopravvivenza. La divisione del lavoro è il suo stigma e la sua fortuna. La parola “Onorario” evoca l'“onorata società”, gil “uomini d'onore”, l'organizzazione mafiosa, la congrega massonica, insomma la conservazione dei diritti di casta alle spalle e a discapito di quelli comuni. Delle micro-società operanti secondo criteri propri, in contrasto con quelli della società propriamente detta, e sopra di essa. Un'“anti-società”, in analogia con l'anti-stato mafioso, che la società di tutti coltiva come una serpe in seno, subendone i diktat nella contrattazione individuale e nelle aule parlamentari.
  3. Cachet”. La parola cachet evoca la nevrosi e i mal di testa di un'età dominata dalle starlette televisive e cinematografiche, e che sforna nuove occupazioni per accrescere e consolidare l'oppressione e il nascondimento della verità. Gli agenti dello spettacolo (vedette, come le chiama Debord - cfr. SdS, 60) sono una ruota nell'ingranaggio dell'oppressione spettacolare. Sono strumenti del potere spettacolare, e poco cambia che in maggioranza lo siano a propria insaputa e senza accesso alla “visione d'insieme” del meccanismo in cui operano. Strumenti di distrazione di massa, di elusione tematica e di indottrinamento nell'ideologia e nella menzogna, talk-show, programmi di informazione e giochi a quiz servono al livello più appariscente e conclamato le logiche dello Spettacolo.

mercoledì 27 marzo 2013

INCREDIBILE RITROVAMENTO! IL CANTO XXXV DELL'INFERNO DI DANTE! INEDITO E IN ANTEPRIMA MONDIALE!

La sorte ha voluto che venissi in possesso di un documento incredibile: quello che appare essere il XXXV Canto dell'Inferno di Dante! Nessuno sospettava nemmeno della sua esistenza, e purtroppo non posso dire nulla di come mi sia capitato fra le mani, in quanto ciò metterebbe a grave rischio la mia incolumità. Il documento è costituito da un quaderno in fragilissima pergamena, autenticato da un esperto, che conservo in un luogo ultrasegreto. Quello che ancora è più incredibile, è il contenuto straordinariamente profetico di questo canto: un nuovo senso dato alla definizione di Dante come "anticipatore della modernità." Una scoperta quindi che farà spargere fiumi d'inchiostro a tutti i dantisti dell'orbe terracqueo.
Questo XXXV Canto prosegue direttamente dal precedente, e ignari sono i motivi per i quali Dante decise di scartarlo. Non ho gli strumenti conoscitivi adatti per formulare ipotesi, esegesi e interpretazioni di nessun tipo. Posso solo riprodurre qui il testo in anteprima assoluta, dietro la premessa che parti di esso nell'originale non risultano agevolmente decifrabili.

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Dante, Inferno, Canto XXXV

§§§

E giunsi al fin donde 'l puzzo è più amaro,
e Umanità tanto s'immerda ch'Iddio 
di Su' opra vorria ser ignaro.

Chè dall'alto luogo ch'era del duca e mio
tan mala vision s'offria, ch'il quesito
era: “L'infernal punito era lui o io?”

Can barattier, di malavita ardito
era colui ch'io dico, al punto sozzo
ch'un giron a lui sol era tribuito.

Basso in altezza, e sì in condotta rozzo
che di lui avrà a dir un vecchio saggio
ch'ei è la feccia che risale 'l pozzo.

Alla res publica faran oltraggio
grazie a oppositori vili e egoisti
lui e i cani suoi di servitù ostaggio."

Così Virgilio, e poi: “Tu no l' 'ncontrasti:
la terra ancor non ne è infestata,
chè ancor non son a bastar li tempi guasti.

Più che 'l papa cui dannazion è già data
pria ch'ei muoia, potè il marran che vedi,
cui anima secoli ante è disgraziata.

Salvator! Se a Bonifazio concedi
che di sua anima corpo ancor sia covo
ma già per essa prepari e provvedi,

Per questo verme tu' scelta io approvo
d'anticipar in Inferno su' presenza
chè giammai fior può nascere da rovo.”

E io: “O virtuoso fattor di scienza,
dacchè di Lucifer scendemmo il petto
e volgemmo le spalle a su' presenza

Lasciando del dolor d'anime il tetto,
non dovrem star calcando il suol del monte
ov'om con fatica apprende a ser retto?

V'è fin a ciò ch'inizia con Caronte?”
Il tuo è dubbio di cui Ii giusti sanno 
che desean ver il ben all'orizzonte.

Diavolo è mal ma sopra tutto inganno,
quindi non ti meravigliar che 'l cane
sotto lui stia, e sia di suo cul panno.

Costui che in vita di bocca toglie il pane
per piazzar illusion, frode e menzogna,
mangi il frutto di sue promesse vane!”

E m'invitò serio a ver la gogna.
Facil m'era creer la fin d'Inferno
Chè 'l fetor era del fondo de la fogna.

Satan prigionier del gelo d'Inverno
giacea com'i' dissi terga all'aère
ficcato in suol, col fianco a far perno.

E dall'abisso di su' brun sedere
figura d'uom emergea, sì 'ncastrato
che di lui miniatur facea vedere.

E vì con capo di sudor perlato
che 'l cul del dannato fiotti di stabbio
spargea, sì che l'antro era segnato.

Òmini e donne con far caparbio
stavan nel punto ov'il letam piovea
a ber con voga l'elemento sgorbio.

E (ma io era sicur ch'era) parea
che 'l corpo del fellon vuoto era
e che Satan del vil strumento facea.

Ruffiani son, che contornan la fiera
intenti a furto di beni e verità
e facil dame a completar la schiera.

Dimmi o Virgil, se quanto penso è realtà.”
Ei annuì con espression d'om ferito
in cui disgusto cancella ogne pietà.

Poi con far che no gli avria tribuito
misesi a maledir il tristo branco:
"Mangiate d'essa popol maldito!”

E quel tra i cani che men era stanco:
"Fatti fummo per viver come bruti,
per leccar il cul del re finch'è bianco.

Intelletti siam, al poter venduti
pe' offrir di balle un pien a la gente
sì che venerin quel che li ha fottuti.

Tra noi e le donne lo scarto è niente,
che pe' denari decidon d'offrirla,
per ciò facciam con elle insiem coerente.

Menzo Lengua è mi nome. Pe' servirLa!”
Tempo non fece il servo felice
a sozzar l'Ade con l'ultima ciarla: 
 
tosto cangiò su forma meretrice
pe' lasciar di carne cumul di sterco
substanzia che a el meglio s'addice.

Per tu lingua uso non è alterco
ma lusinga, offesa e nascondimento.
Mirati ridotto a feccia di porco!”

Ciò dissi, e poi venni a intendimento
che temp'era per noi di salir ormai
e feci su mì duca affidamento.

Quand'Italia al fondo sbatte e par che mai
d'esso s'accontenti, ma scava e freme
com'a voler goder dei peggiori guai,

lì è 'l punto in cui terror 'ncontra speme
e 'l popol ripudia l'anima imbelle
per formar di mille voci unico insieme. 
 
E' 'l canto de' liberi e dell'anime belle.
Cinque d'esse ne verrai per iniziar”
diss'ei; e uscimmo a riveder le stelle.

martedì 19 marzo 2013

IL CONSUMISMO CHE SI FA VITA: IL CASO DI APPLE

(Difficoltà: 4,5/5)

"Una volta tanto, una normale mela!"
La prima fase della dominazione dell'economia sulla vita sociale aveva prodotto una evidente degradazione dall'essere all'avere. [...] La fase presente […] conduce a uno slittamento  generalizzato dall'avere all'apparire”.  
(Debord, Società dello Spettacolo, §17)

Qual è il vero segreto del fenomeno Apple? La qualità dei prodotti? Il design? La funzionalità? No, non è nulla di tutto ciò. La pubblicità, il suo giocare con l'immaginario del potenziale acquirente, e nient'altro, è il segreto del successo di Apple. Il marchio Apple si è insinuato, nel corso degli anni, in innumerevoli film e show televisivi, in quello che viene definito in gergo “product placement”. Secondo questo articolo (link), nel solo 2011 i prodotti Apple sono apparsi in qualcosa come 891 show televisivi americani e nel 40% dei film campioni d'incasso. La presenza di Apple nei film, nelle situation comedy e negli show televisivi è di una costanza quasi opprimente.


Messaggi Subliminali

Comprensibilmente, Apple non parla volentieri di questa opera di colonizzazione dell'immaginario televisivo e cinematografico. La pubblicità surrettizia di queste "apparizioni" rispecchia appieno la natura del messaggio pubblicitario negli spot ufficiali. E' chiaro che in entrambi i casi si gioca sulla soglia del subliminale, del mostrato ma non detto. Quel che conta, in definitiva, è semplicemente l'apparire del logo, la sua riconoscibilità, l'instaurazione di una pervasiva sottocultura del consumo, non certo l'elencazione delle caratteristiche tecniche e funzionali del prodotto. Perchè quindi proprio Apple dovrebbe allora confessare la sua strategia?
Nella sua recensione del film 88 Minuti, dove il protagonista Al Pacino, uno psichiatra professore universitario, deve scoprire l'autore di molteplici efferati omicidi, il blogger-critico cinematografico Scott Telek (sito: Cinema de merde) ha il merito di notare un particolare oltremodo illustrativo dell'inusitata aggressività di questa strategia. Si esamini questo fotogramma tratto dal film: 

Scena da "88 Minuti"


E' parte di una scena dove è possibile constatare che praticamente tutti gli studenti presenti nell'aula dove Al Pacino sta tenendo una lezione hanno dei computer Apple. L'unica a preferire un computer Dell (al tempo il maggior competitor di Apple per i computer sul mercato americano) è la ragazza in primo piano, che non a caso si scoprirà alla fine essere il killer in questione!


Pubblicità Vecchia e Nuova

Vi fu un tempo in cui la pubblicità consisteva nell'asciutta illustrazione delle qualità e dei benefici materiali di un dato prodotto, come nell'esempio a lato.
 L'elemento materiale e descrittivo non era ancora stato soppiantato da quello evocativo. Cosa si intende “evocare”, nella pubblicità moderna? Più realisticamente, qualità che l'oggetto non possiede, o che vengono esagerate; più “letterariamente”, ideali di libertà, di espressività artistica, di standing sociale e quant'altro, che il possesso dell'oggetto garantirebbe. Apple è specialista nella coltivazione dell'effimero a nutrimento della sua popolosa “community” di consumatori.
Ecco il confronto fra due prodotti della stessa categoria merceologica, ma appartenenti a ere diverse:

Una vecchia pubblicità di un giradischi


La pubblicità dell'Ipod


La pubblicità a sinistra si prodiga nell'elencazione delle caratteristiche tecniche, reali e tangibili del prodotto. Nulla di tutto questo in quella a destra, che punta tutto sull'evocazione di un indefinito spirito "trendy".  
Oggi, l'oggetto in sè è quasi inessenziale per la campagna pubblicitaria che lo riguarda, al punto infatti che a volte non vi appare nemmeno o vi appare solo alla fine o quasi incidentalmente (tipicamente nella pubblicità dei profumi: qui un esempio). La pubblicità diventa allora un discorso con se stessa: è una pubblicità che si riflette sull'oggetto ma non lo riflette. L'oggetto viene trattato quasi come un'appendice materiale che disturba lo slancio onirico, il trasporto estatico del consumare. L'oggetto potrebbe anche non apparire, nello spot: le sue caratteristiche materiali (se sia più buono degli altri, o più comodo, o più salutare ecc.) interessano sempre meno. E' il trionfo della "spiritualità" della merce, il suo ascetismo blasfemo: l'apparenza vuota di contenuto, la parodia della metempsicosi come processo di emancipazione dello spirito dall'oppressione della materia.
Quando, agli albori della società consumistica, si diceva che la pubblicità è “l'anima del commercio”, ciò rimandava comunque all'oggetto che si voleva piazzare sul mercato: la pubblicità serve per “vendere” l'oggetto, è solo un mezzo per uno scopo che ha al centro l'oggetto e il ritorno economico. Oggi quest'anima si è separata dal corpo e vive una vita propria: la pubblicità è l'oggetto. La creazione di uno status, di una cultura, di un trend si vogliono il vero scopo e non può meravigliare allora che molti dei protagonisti dei fenomeni consumistici più dirompenti siano anche quelli che vengono definiti “guru”, e la loro opera “missione”. Steve Jobs è uno di questi.


La Spiritualità della Merce è solo un'Illusione
 
Ma è solo questione di tempo prima che il cielo precipiti sui destini dell'oggetto di consumo, trascinando alla rovina una cultura che si sa già all'inizio con i giorni contati. Un discorso culturale che abbia come base la merce, infatti, si muove in perfetta sintonia con le vicissitudini del conto economico e dei capricci del mercato globalizzato. L'impalcatura cade nel momento in cui appare chiaro che tutto si fonda sul denaro. La spiritualizzazione della merce in forma di una cultura dell'appartenenza, fatta di concetti, di esperienze condivise, di un comune sentire e di slanci fideistici, si dissolve allora lasciando sul terreno i cadaveri di un'umanità delusa. All'improvviso, è chiaro a tutti che si trattava solo di un'illusione. Credendo di consumare liberamente l'oggetto, quest'Umanità consuma se stessa, nel momento in cui ha scelto di fare di questo oggetto parte della propria vita e dei propri ideali, nel momento in cui lo sceglie come obiettivo di un investimento ideale, spirituale e emotivo. E ciò avviene a ogni nuovo instaurarsi di una moda, di un trend, di un prodotto "in": ognuno di questi reca con sè un'eredità di morte che mette l'invididuo di fronte alla caducità della sua esistenza e alla futilità delle sue passioni.
Non lo si percepisce, perchè la società dei consumi opera sempre sotto anestesia, ma la verità è che con il ciclico perire delle merce, con la rottura insanabile del vincolo emotivo che ci legava a essa, viene meno una piccola parte del nostro essere, che si espone sempre più indifeso, innecessariamente, al sentimento della caducità e della morte. E con sempre meno entusiasmo si seguiranno nuovi percorsi di fede, che condurranno a nuovi livelli di cinismo e di anestesia spirituale, a nuove tappe di abbruttimento consumistico.


venerdì 15 marzo 2013

FENOMENOLOGIA DEL FALSO SPETTACOLARE: L'ELEZIONE DI PAPA FRANCESCO

(Difficoltà: 3,9/5)
Papa Francesco I. O solo Francesco?
“La realtà sorge nello spettacolo, e lo spettacolo è reale.” (SdS, §8) 
“Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso.” (SdS, §9). 

Questi enunciati da “La Società dello Spettacolo” (Guy Debord, 1967), danno la summa paradigmatica di ciò che è lo spettacolo: la vita stessa per ciò che si è fatta, sequestrata dal potere falsificante dell'immagine, all'interno di un mondo messo sotto-sopra, dove l'immagine è l'unica cosa di reale e la realtà è evaporata in una serie di immagini. In tutto ciò, i media sono solo la manifestazione più apparente dello Spettacolo (cfr. Sds, §24), che è di per sè l'infinita articolazione della menzogna sulla vita e sui rapporti sociali, l'autocertificazione di un potere che si vuole onnipresente ed eterno.
Quando i media parlano della Chiesa, quando cioè le manifestazioni più tradizionali dell'autoritarismo spettacolare s'incontrano con i suoi cantori, allora il rovesciamento del rapporto tra immagine e realtà si appalesa con irruenza atterrente, e solo la teoria critica, la critica marxiana dello Spettacolo, può lacerare il velo di Maya. L'elezione di un papa in un tempo di crisi politica, economica e morale (dentro e fuori della chiesa cattolica) doveva necessariamente implicare un surplus di nascondimento, a copertura dell'ennesimo tentativo di riorganizzazione del potere spettacolare. Circostanze eccezionali richiedono menzogne eccezionali o, se si preferisce, un surplus di ideologia. Ma è proprio in questi momenti che lo Spettacolo apre il fianco alla teoria critica. Proverò qui a isolare alcuni punti rivelatori nel dibattito succedaneo all'elezione a papa di Bergoglio, ma non prima di aver lanciato un monito, e cioè che il caleidoscopio fenomenologico di nascondimenti e menzogne mediatici non può ricevere senso che da un unico concetto: il potere dello Spettacolo.
  1. La scelta del nome Francesco è il segnale del ritorno a una dimensione più spirituale, più povera.” (De Bortoli, min. 6:40). Papa Francesco di francescano ha solo il nome. C'era un candidato-papa francescano, ma non è stato eletto: si chiama Sean Patrick O' Malley ed è statunitense. Se si avesse voluto dare un segnale vero sul versante di una riforma nel senso della moderazione delle aspirazioni temporali della Chiesa (per es. l'abolizione dello IOR e la sua sostituzione con una banca etica), si sarebbe eletto un francescano vero, avendolo a disposizione. Invece si è optato per una rivoluzione nominale, quindi una rivoluzione di facciata, quindi una controrivoluzione.
  1. ... un ritorno alle origini, al Vangelo, all'Annuncio, alla missione di una Chiesa disincarnata dal potere e dalle sue pompe.” (Ezio Mauro). Nel XVI sec. la nascita dei movimenti protestanti scosse la chiesa cattolica, che reagì in due modi complementari ma eterogenei: a) avviando un processo di riforma interna; b) avviando un processo di controriforma (per la ri-cattolicizzazione dei territori caduti in mano al protestantesimo (articolo Wiki). L'ordine dei Gesuiti, fondato nel 1534 dal nobile ed ex-soldato Ignazio di Loyola, si pose in prima linea nell'opera di restaurazione anche territoriale dell'influenza della Chiesa. Organizzati militarmente, i Gesuiti si votarono  all'assoluta fedeltà e obbedienza al papa e si distinsero per l'aggressività con la quale perseguirono gli obiettivi della Controriforma. La scelta di un gesuita è quindi la scelta che più di tutte segnala un arroccamento della Chiesa su posizioni reazionarie, come già 450 anni prima. L'esigenza di una riforma profonda della Chiesa che si richiami alla riscoperta dell'autentico messaggio evangelico è, allora come ora, un affronto alle mire temporali delle alte gerarchie vaticane. Più degli aneddoti a edificazione di un'immagine evangelico-pauperistica del nuovo papa (egli si sposta in metropolitana, bacia i piedi dei poveri ecc.), conta la storia personale e quella dell'Ordine da cui il nuovo papa proviene. L'elezione di un siffatto papa è un falso cambiamento stante un ulteriore fattore, semplice e conclusivo: il principio gesuita dell'obbedienza incondizionata al papa, che fa sì che non vi sia rottura, bensì continuità con il papa precedente.
  1. Il messaggio di cambiamento – come abbiamo visto tanto illusorio da convertirsi nel contrario – che si è voluto dare con l'elezione di papa Francesco è l'indizio più lampante del fatto che le dimissioni di papa Ratzinger non furono causate da motivi di salute, come tanto si tenne a dire, cioè non furono spontanee ma “spintanee”: il papa tedesco fu indotto alle dimissioni perchè il crollo di credibilità della Chiesa dovuto all'accavallarsi di scandali e soprusi (pedofilia, IOR, conferma dei privilegi fiscali a dispetto della crisi economica mondiale, ecc.) imponeva un'urgente ristrutturazione della facciata della chiesa romana.

Conclusione

E' sorprendente come nemmeno le personalità più orgogliosamente laiche, intellettualmente libere e storicamente colte, come Paolo Flores D'Arcais (vedi, ma anche la trasmissione della Gruber), abbiano potuto afferrare la verità dietro l'apologetica asfissiante e unisona delle analisi seguite all'elezione di questo papa, quando il filo rosso della conoscenza storica avrebbe invece dovuto strangolare il crogiuolo di menzogne fin nella culla. Come scrive Debord nei Commentari: "La prima intenzione della dominazione spettacolare era quella di far sparire la conoscenza storica in generale; prima di tutto pressochè tutte le informazioni e tutti i commenti ragionevoli sul più recente passato." (Commentari Sulla Società dello Spettacolo, §VI). Evidentemente, laddove la memoria non cade vittima dello stillicidio, subisce comunque la spinta conformistica della propaganda spettacolare.

Ps.: si era a lungo parlato della possibilità di eleggere finalmente un papa italiano. Il papa è stato scelto sud-americano perchè in quelle terre l'effluvio emorragico di fedeli – in direzione di comunità evangeliche, sette pentecostali ecc. - assume i contorni dell'emergenza. Tuttavia, in ossequio alla logica del controllo spettacolare che mira ad accontentare tutti senza soddisfare nessuno, il nuovo papa ha vicine radici italiane.

Dovestaindante

lunedì 11 marzo 2013

LA DIPENDENZA COME LA VEDO IO

(Difficoltà: 3,6/5)

Una ciocco-dipendenteAlcuni esperti tendono a restringere il campo di ciò che può dare dipendenza. Altri invece propendono per un allargamento dell'ambito (cfr. qui). E' chiaro al senso comune che tutto ciò che dà piacere può dare dipendenza. Questo è parte della natura umana. Ma se consideriamo l'habitat umano, nella fattispecie i condizionamenti sociali e l'operare delle multinazionali, allora il campo si allarga ancora di più. Infatti: la sigaretta è fra le cose che più danno dipendenza, eppure le prime boccate sono per tutti qualcosa di sgradevole. Lo stesso dicasi per l'alcool: è impossibile negare che vino, birra e grappa facciano inerentemente ribrezzo (il gusto dell'amaro è presente in natura per segnalare qualcosa di potenzialmente velenoso). Eppure molti fumano e bevono: per effetto del condizionamento sociale (queste attività rendono “cool”) ma anche delle sofisticazioni dell'industria (l'industria del tabacco è da sempre accusata di impregnare le sigarette di additivi per aumentare la dipendenza nel consumatore). Quindi c'è qualcosa che dà dipendenza “naturalmente”, perchè è buono ai sensi umani, e questo rientra nell'istinto di conservazione o procreazione (cibo, sesso ecc.). Ma c'è anche qualcosa che dà dipendenza per via più o meno artificiosa e artificiale, che ripugna ai sensi, e che fa leva sull'istinto di morte e di autodistruzione.


Piacere irrisolto, dovere incompiuto

La distinzione fra la dipendenza da cose che si consumano e i comportamenti che configurano una behavioral addiction, è più qualcosa di accademico che di reale. Anche il consumo del cibo assume, varcata la soglia della normale fisiologia, un tratto compulsivo che sposta il fulcro del problema dalla materia (il cibo) al gesto (l'atto di abbuffarsi): il bulimico si ingozza di un cibo che non vuole veramente, e che poi espelle con il vomito. Verrebbe da chiedersi se l'intero fenomeno della dipendenza non si esaurisca in fondo nel punto in cui la dimensione fisiologica trapassa in una dimensione comportamentale. Sta di fatto che la dimensione compulsiva del gesto ridimensiona di molto il piacere che si può ricavare dall'atto fisiologico: atti come l'alimentarsi, l'avere sesso, la comunicazione (social network) o il gioco (videogiochi, videopoker) possono diventare coazione a ripetere, riflessi semi-condizionati che vengono eseguiti quasi in trance e che si travestono paradossalmente da senso del dovere.
Sono del resto gli studi sulla dipendenza a farci propendere per una teorizzazione olistica della stessa: tutto può dare dipendenza, se ripetuto a sufficienza. Quando non sussiste l'elemento del piacere, c'è pur sempre il “senso del dovere” a giustificare l'atto coattivo. A tutti è capitato di sorprendersi a pensare di aver fatto il proprio dovere dopo aver ingurgitato l'ultimo bicchierino della giornata, o aver fumato l'ultima sigaretta, o aver fatto l'ultimo post su Facebook, o aver completato l'ultima partita a Tetris o a Buzzword. La frequenza patologica di queste e altre attività da un lato toglie loro quasi ogni piacere; dall'altra, la stessa coazione a ripetere fa percepire l'attività come un dovere da espletare. Il piacere si identifica con il dovere in modo tale che il primo viene tolto di mezzo e il secondo è fin dal principio e per natura completamente falsato. Il dovere è dato dall'inseguimento di un piacere che non si può afferrare, quindi anche il dovere non è espletabile. Alla frustrazione fisica di un piacere irraggiungibile si aggiunge quindi la frustrazione morale (anzi pseudo-morale) di un dovere costitutivamente inespletabile.


Conclusione

Io penso che ognuno di noi dovrebbe interrogarsi sulle eventuali fonti di dipendenza (che possono essere le più impensabili e disparate) nella propria vita e farsi domande come: perchè sto facendo questo? Mi dà veramente piacere? Qual è la mia “dose” di tolleranza oltre la quale il piacere lascia il posto a una ripetitività vacua e compulsiva? La soddisfazione morale che provo nel fare una cosa trova la sua giustificazione nella cosa stessa o è mal riposto? Come abbiamo visto, la consapevolezza morale passa anche attraverso la consapevolezza del proprio corpo e delle sue pulsioni

Addiction